Tre priorità per uscire dalla crisi

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Parlamentari, consiglieri regionali, amministratori hanno firmato un appello su tre priorità. Perché anche la gestione della crisi e del dopo ha bisogno di un punto di vista ecologista e di sinistra. Su questo metteremo in campo iniziativa politica dentro e fuori dalle istituzioni nei prossimi mesi.
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TRE PRIORITÀ PER USCIRE DALLA CRISI
 
Stiamo vivendo un momento drammatico della storia del nostro Paese e del mondo. Il peggiore dalla fine della seconda guerra mondiale. C’è bisogno di remare tutti nella medesima direzione. Con la consapevolezza che la pandemia cambia tutto e che, con essa, dobbiamo cambiare noi e la politica.
 
Il nostro pensiero in questo momento va a chi ha perso la vita, al dolore dei loro cari, ai malati. Il ringraziamento va ai più esposti, a chi si batte negli ospedali, ai medici, agli infermieri, al personale socio-sanitario, volontario e ausiliario, alla protezione civile, alle forze di sicurezza.
 
Vogliamo, con la nostra iniziativa, aiutare l’azione del Governo, ma suggerendo tre priorità per uscire dall’emergenza sanitaria ed evitare di ritrovarci con una crisi economica e sociale senza precedenti. Bisogna fare in fretta, garantendo liquidità immediata alle imprese e ai cittadini e alle cittadine che vedono eroso il potere di acquisto.
 
Sono molte le cose da affrontare in tempi celeri, a partire da un ritorno forte agli investimenti pubblici in sanità, scuola, università e ricerca, innovazione ambientale, da sempre trascurati, ma che sono la linfa vitale di una nazione. Così come sarebbe letale permettere al virus di uccidere anche il clima, favorendo politiche espansive che tornino a considerare la sostenibilità ambientale un tema secondario, negando ancora una volta l’urgenza che ci pone la scienza.
 
Proprio perché ci aspettano sfide epocali, intendiamo proporre tre priorità per un rinnovamento radicale:
 
1) Partecipazione: la democrazia e il confronto sono pratiche da valorizzare anche durante lo stato di eccezione. A partire dal massimo coinvolgimento delle assemblee elettive e delle autonomie locali, dei sindaci, degli amministratori. Serve una relazione forte e continua anche con tutti coloro che fuori dalle istituzioni contribuiscono a dare densità alla nostra democrazia: parti sociali, associazioni di volontariato, ambientaliste, studentesche e più in generale movimenti e organizzazioni della società civile. Per sostenere la lotta contro il virus servono idee e la partecipazione di tutti, anche utilizzando nuove tecnologie della comunicazione. Non servono uomini soli al comando o pieni poteri, come nella gravissima deriva autoritaria in Ungheria, che rischia di replicarsi (magari con modalità più sfumate) anche in paesi meno sospettabili.
 
2) Solidarietà: L’Europa deve agire con coraggio. Il virus non conosce frontiere, per questo sono necessarie politiche sanitarie, sociali, fiscali ed economiche unificate, capaci di sostenere i Paesi in difficoltà senza condizionalità capestro. Bene i 750 miliardi della BCE, bene la Commissione sulla sospensione del Patto di Stabilità e sull’allentamento dei vincoli sugli aiuti di Stato. Ma non basta, perché le stime, da qui al 31 dicembre, fanno paura: l’intero continente viaggia con un PIL tra il meno 5 e il meno 10%. Serve un nuovo Patto di Sostenibilità e Benessere, con nuove regole ed un regime fiscale unico, che elimini la pratica di dumping tra i Paesi. C’è bisogno di un bilancio dell’Unione all’altezza della situazione, con fondi straordinari dedicati a imprese, lavoratori e famiglie, garantendo anche una totale flessibilità nell’uso dei fondi strutturali. Sono urgenti inoltre politiche espansive, investimenti, risorse e uno scudo comune, che solo gli Eurobond possono garantire così come sostenuto dall’Italia ed altri otto Stati Membri. Bisogna insistere con forza, anche a costo di una resa dei conti senza precedenti a Bruxelles.
 
3) Reddito: Il virus picchia in maniera indiscriminata, mentre la crisi economica e sociale sceglie in maniera selettiva, perché colpisce e colpirà con maggiore durezza i settori più fragili e le persone con minori tutele. Dalle partite IVA al piccolo commercio, dal lavoro stagionale a quello occasionale, dai creativi fino al lavoro sommerso. E a pagare per primi saranno le donne e i giovani, e le famiglie con  disabilità. Per questo riteniamo fondamentale un Reddito Universale, una misura capace di arrivare immediatamente nelle case di chi ha più bisogno, evitando il rischio che sia la criminalità a farlo. Una misura capace di non lasciare indietro nessuno, allargando la platea dell’attuale Reddito di Cittadinanza a chi è stato colpito in maniera pesantissima dalla crisi, utile anche come garanzia di sostentamento in questa fase di transizione verso nuovi modelli produttivi sostenibili.
 
Lo si può fare istituendo un fondo di solidarietà nazionale a cui far compartecipare le categorie meno colpite, le imprese partecipate, i giganti dell’e-commerce, i dirigenti pubblici, i consiglieri regionali, i parlamentari nazionali ed europei. Lo si può fare con una tassa di scopo sui grandi capitali. Lo si può fare ricongiungendo le risorse dei fondi strutturali europei non ancora spesi, non andati a buon fine, fermi nei ministeri e nelle regioni. Nel sistema nazionale di monitoraggio, rispetto ai pagamenti fatti ai beneficiari risultano disponibili 37 miliardi, mentre rispetto agli impegni presi ne risultano 22. E anche con le stime più prudenziali ci sono almeno 10-12  miliardi da andare a recuperare.
 
Dunque, l’Italia si salva se sarà in grado di dare risposte concrete a chi ha perso tutto. Si salva se continuerà nell’opera di trasformazione e rinascita dell’Europa che deve tornare ad essere vicina e utile alle condizioni materiali di vita delle persone. E se continuerà a credere che quello che dobbiamo combattere è il virus e non la democrazia.
 
Su questi temi faremo la nostra parte, lealmente ma senza sconti.
 
Gessica Allegni assessore comunale Bertinoro,
Federico Amico, Consigliere Regionale Emilia-Romagna
Silvia Benedetti Portavoce alla Camera,
Marta Bonafoni, Consigliera Regionale Lazio
Andrea Cecconi, Deputato
Amedeo Ciaccheri, Presidente VIII Municipio, Roma
Peppe De Cristofaro, Sottosegretario Ministero Istruzione
Loredana De Petris, Senatrice
Luigi Di Marzio, Senatore
Elena Fattori, Senatrice
Lorenzo Fioramonti, Deputato Ex Ministro
Flora Frate, Deputata
Nicola Fratoianni, Deputato
Veronica Giannone, Deputata
Marco Grimaldi, Consigliere Regionale Piemonte
Francesco Laforgia, Senatore

Oltre l’emergenza

 

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Oltre l’emergenza: un mondo nuovo, una nuova Europa
Domenica 5 aprile ore 18 

con DONALD SASSON (Prof. emerito di Storia Europea alla Queen Mary University of London), ÉTIENNE BALIBAR (Prof. emerito di filosofia politica e morale presso l’Università di Paris-X),  MARCELLO MUSTO (Prof. associato di sociologia teorica presso la York University di Toronto),  HEINZ BIERBAUM (Presidente Partito della Sinistra Europea)

Coordinano: LUCIANA CASTELLINA e ELISABETTA PICCOLOTTI

Usa questo link per prenotare e poi segui le indicazioni contenute nella mail di conferma per collegarti all’orario indicato:

https://attendee.gotowebinar.com/register/3486331875324873483

Gli imprenditori vedono nero. Pressing per ripartire in fretta

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di Andrea Colombo il Manifesto 1.4.2020

La folle corsa. L’ufficio studi di viale dell’Astronomia prevede il crollo del Pil e detta il calendario delle riaperture sperando in un segnale

Nel giorno delle bandiere a mezz’asta per la strage che continua nel nord, impermeabile ai pur reali segnali positivi, tanto da aver superato ieri di nuovo il confine delle 800 vittime, anche Confindustria ammaina i suoi pennoni. In segno di lutto preventivo per le sorti dell’economia se le fabbriche, chiuse in ritardo una settimana fa, non riapriranno presto.

L’analisi dell’Ufficio studi di viale dell’Astronomia è un macigno. Prevede una caduta del Pil di 10 punti nella prima metà dell’anno, con recupero parziale, se a fine maggio la fase acuta dell’emergenza sarà finita, sino a perdere nel complesso solo 6 punti a fine anno e con rilancio sino a 3,5 punti percentuali in più l’anno prossimo.

È una visione non del tutto pessimista ma solo a patto che la produzione riprenda al 40% all’inizio di aprile, al 70% a inizio maggio, al 90% all’inizio del mese successivo per tornare al 100% a fine giugno. Poi arriva il monito: dall’inizio di maggio ogni settimana di blocco della produzione in più «potrebbe costare almeno lo 0,75 del Pil in più». Sull’occupazione, Confindustria stima un impatto negativo limitato, dalla disoccupazione al 9,8% di gennaio all’11,2%, e un aumento del debito pubblico di cinque punti, che porteranno il debito a 147 miliardi.

IL MESSAGGIO NON POTREBBE essere più esplicito: se il governo vuole limitare il danno deve riaprire le aziende. Non che Confindustria si aspetti l’impossibile, cioè la riapertura dopo il 3 aprile, ma incalza e spera intanto in un segnale già col prossimo dpcm: l’esenzione dalla sospensione delle attività di alcuni settori, in particolare quello dei ricambi industriali per il quale può essere addotta l’essenzialità non in sé ma nella filiera dei settori essenziali, e forse dei macchinari agricoli.

È probabile che Conte, pur avendo delegato ogni scelta al Comitato tecnico-scientifico che ieri ha affrontato ufficialmente la questione per la prima volta, quel segnale lo invii. Ma per il resto, la realtà è che non c’è nessuna certezza.

IL COMITATO LAVORA su diversi scenari. Ipotizza la «ripartenza» graduale a partire dalle industrie per poi passare, con molti vincoli, ai negozi e solo più tardi a bar e ristoranti, in questo caso con condizioni di fatto quasi proibitive, se saranno fatte rispettare, mentre la riapertura delle scuole è quasi fuori discussione prima dell’autunno.

Ma non è esclusa una ripresa per aree del Paese, partendo da quelle meno colpite, e neppure uno scenario basato sulle fasce a rischio, di fatto sull’età. Conte però ha sempre puntato i piedi per evitare differenziazioni geografiche e lo scaglionamento per fasce d’età è reso difficile da diversi fattori oggettivi. Alla fine, pur se non certo, è probabile che si proceda per settori, partendo dalle industrie.

Ma nessuno sa davvero quando la ripartenza, comunque articolata, inizierà. Dipende prima di tutto dalla situazione del contagio, che rallenta effettivamente la sua crescita ma lentamente e di certo molto più lentamente di quanto fosse auspicato. Ma dipenderà anche dagli strumenti tecnici di contrasto al virus che saranno a disposizione nelle prossime settimane: le mascherine, la cui produzione è ancora largamente ostacolata da questioni burocratiche, in particolare l’obbligo di certificazione che è comprensibile per la difesa ma non per limitare il droplet, cioè la fonte di contagio; i tamponi, che segnano ancora il passo per la carenza di reagenti; la possibilità di tracciare le frequentazioni dei nuovi positivi tramite smartphone, con la app che ancora non è stata messa a punto; l’esame sierologico che permetterebbe di individuare non i positivi ma gli immunizzati.

RENZI, ORMAI lanciatissimo nella parte di sponda politica di Confindustria e paladino della riapertura, oltre a chiedere la ripresa delle attività produttive in aprile e della scuola a maggio, oltre a bocciare il reddito di emergenza perché sarebbe «assistenzialismo», insiste proprio per far circolare gli immuni. È una proposta furba, fatta apposta per accreditarsi il merito di quel che il governo farà non appena sarà possibile e al momento non lo è, non essendo ancora possibile l’analisi sierologica.

Come evolverà il contagio e quando saranno pienamente a disposizione i mezzi necessari per contrastare il virus nessuno lo sa. Dunque, come Protezione civile e Sanità in privato ammettono, nessuno sa se la ripartenza inizierà il 19 aprile, il 4 maggio o più tardi. La sola certezza è che la quarantena durerà almeno un altro mese. Se basterà è ignoto a tutti.

Urgente il reddito di emergenza

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“È sotto gli occhi di tutti la necessità di mettere in campo al più presto uno strumento universale di sostegno al reddito. Nella fase straordinaria che stiamo vivendo non si può fare a meno di un reddito di emergenza per non lasciare indietro nessuno in questa crisi senza precedenti.
Integrandosi con gli strumenti esistenti, il reddito di emergenza – temporalmente definito – deve dare una risposta a una domanda diffusa di protezione che proviene dai soggetti più deboli e fragili della nostra società.” (30 marzo 2020).

Lo afferma il capogruppo di Liberi e Uguali alla Camera, Federico Fornaro.

“Sentinella, quanto resta della notte?”: un tempo da riempire di riflessioni

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testo di Gabriele Scaramuzza, Segretario regionale di Articolo Uno Veneto (29 marzo 20220)

“Sentinella, quanto resta della notte?”. In queste settimane di sospensione della nostra quotidianità a causa delle misure del contenimento del Coronavirus, in cui sono divenuti quasi palpabili concetti altrimenti solo filosofici come lo “stato di eccezione”, credo che molti si pongano la domanda di Isaia nell’oracolo sull’Idumea.

Quanto resta della notte? Quanto perché l’eccezione abbia termine, e si possano riguadagnare i gesti della quotidianità, riabitare gli spazi aperti, salutare chi se n’è andato in solitudine?

Il testo biblico, come tutte le grandi narrazioni dell’umanità, non dà risposte consolatorie, ma convoca l’uomo ad una responsabilità attiva: “Viene il mattino – risponde la sentinella -, poi anche la notte; se volete domandare, domandate, convertitevi, venite”. Non si dice quando la notte avrà fine, ma si riattiva la possibilità dell’uomo di riempire quel tempo d’attesa, di non essere inerte, quasi che quell’interrogarsi incessante, quell’andare, potesse esso stesso riaccelerare il tempo.

Forse è proprio così che dobbiamo stare in questa notte, provando a colmarla con un esercizio vigile del pensiero e dell’immaginazione, perché è chiaro ormai a tutti che il mondo di ieri non tornerà (prova ne sia il rapido abbandono dell’impianto fondamentalmente ordo-liberale con cui era stata impostata l’integrazione europea dalla fine degli anni ’80 ad oggi), e che, quando usciremo da questa emergenza sarà necessario ripensare in profondità il ruolo dello Stato, il tessuto economico sociale, il sistema istituzionale, le relazioni internazionali.

Può essere, e tutti lo auspichiamo, che il tempo che abbiamo di fronte sia quello della tenerezza preconizzato da David Grossman qualche giorno fa in un bellissimo scritto; ma potrebbe essere anche un tempo più ruvido, meno solare, e proprio per questo è indispensabile ora che la politica recuperi anche una dimensione profetica, ossia la capacità di disegnare molteplici possibilità di futuro, e non di farsele disegnare da altri per essere, come è stato in questi anni, volta a volta l’esecutrice ovvero l’ospedale da campo del neoliberismo.

Tra le molte tracce di riflessione su cui occorrerà impegnarsi ne segnalo solo alcune, in ordine sparso e per scale diverse.

La prima riguarda quale modello sociale ed economico dobbiamo già cominciare a ricostruire. I paesi europei uscirono dalla Seconda guerra mondiale costruendo il compromesso tra l’economia liberale di mercato, da un lato, e le grandi infrastrutture del welfare dall’altro (sanità, protezione sociale, previdenza), che resse durante i “trenta gloriosi” e cedette il passo tra la fine degli anni ’70 e gli inizi degli anni ’80 alla lunga stagione neoliberista, durante la quale, se una responsabilità ha avuto la sinistra, è quella di essersi troppo spessa concepita come l’ospedale da campo della globalizzazione economica.

E quindi occorre chiedersi quali idee forti la sinistra intenda mettere in campo per sostituire alla globalizzazione come l’abbiamo conosciuta una nuova mondialità (per usare le parole del poeta Edouard Glissant) in grado di reimpostare un modello di crescita economica in grado di garantire coesione sociale, ridistribuzione, inclusione. E chiarire anche quale sarà il livello del confronto e della dialettica che la sinistra è disponibile a sostenere (all’interno delle mediazioni istituzionali e dei corpi intermedi), con chi penserà che sia semplicemente pensabile una restaurazione del vecchio ordine ovvero con l’internazionale nazional-populista che, senza dubbio inadeguata in questa fase di emergenza, non necessariamente uscirà declinante dallo stato di eccezione.

Per quanto riguarda l’Italia, credo che questo modello economico dovrà essere impostato sull’investimento su tre fondamentali beni comuni: la salute, l’ambiente e la ricerca. Solo oggi la grande maggioranza dell’opinione pubblica si sta rendendo conto di quanto sia prezioso un servizio sanitario nazionale universalistico e di come esso ha corso il rischio di essere compromesso. L’investimento nel servizio sanitario nazionale da solo non è sufficiente, perché il covid 19 ha dimostrato che reggono meglio le aree in cui la rete territoriale è stata preservata (per scelta consapevole come in Emilia Romagna o per resilienza come in Veneto), in cui non sono state fatte scelte spinte in direzione di modelli ospedalocentrici e di progressivo spostamento verso il privato e la logica della prestazione. Va fatto uno sforzo per potenziare il territorio e la rete di prevenzione, oltreché l’integrazione socio-sanitaria.

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Ciao Flavio, ci mancherai

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La notizia della morte di Flavio Mariani ci ha colto di sorpresa e ci procura smarrimento e dolore. Ci aggiungiamo ai molti  per le condoglianze a tutta la sua famiglia. Ai suoi amici e a quanti lo hanno conosciuto in questi anni di battaglie e di impegno civico, in Palazzolo e in Paderno Dugnano.

Sinistra per Paderno Dugnano non ti potrà dimenticare.