E Leu?

la forgia 30 ott

Riportiamo per il suo interesse la lettera, inviata da Francesco La Forgia, a tutti i parlamentari di LEU, “perché si faccia finalmente chiarezza sul “chi siamo” e si apra una discussione non più rinviabile e che non può essere svolta in clandestinità. Anche per questo èVIVA intende offrire uno spazio di confronto collettivo, in occasione dell’assemblea nazionale che terremo sabato 23 novembre a Bologna (arriveranno informazioni sul luogo dell’evento). 

“Carissimi,
da qualche settimana siamo stati catapultati in una vicenda politica del tutto inaspettata. Di sicuro nessuno di noi avrebbe mai pensato che nel giro di pochissimo tempo lo scenario politico potesse cambiare così profondamente, come è accaduto in questa estate vissuta pericolosamente quando il Paese ha rischiato un deriva reazionaria.

Una mutazione repentina che ha riguardato direttamente anche noi. Fino a ieri eravamo uno sbrindellato gruppo di opposizione, fatto di persone perbene che però hanno deciso di percorrere strade diverse dal giorno della loro elezione in poi. Avremmo dovuto dare l’innesco a un processo politico, quello della costituzione di LeU in un partito, ma non l’abbiamo fatto. E forse davvero poco importa, oggi, stabilire di chi siano state le responsabilità e quali fossero, se c’erano davvero, le differenze in termini di lettura politica che impedivano tale processo. Ciascuno porta un pezzo, grande o piccolo, del peso di ciò che è accaduto. Ma in ogni caso in questi mesi siamo stati poco più che questo. Oggi improvvisamente ci troviamo a svolgere una funzione importante nella nuova maggioranza e abbiamo messo persino donne e uomini a disposizione del Governo.

In un meccanismo che ha qualcosa di buffo e che fa parte di quelle sorprese che la politica a volte ti riserva: la reviviscenza di LeU sul piano politico e mediatico. Ora, e vengo al punto, come si fa a non vedere che la natura della nostra stessa funzione è profondamente cambiata? Come facciamo a non interrogarci sulla nuova responsabilità che ricopriamo in questa fase della politica italiana? Come possiamo continuare a non farci la domanda su chi siamo, qual è il vincolo politico che ci tiene insieme dentro il perimetro di un gruppo parlamentare, qual è la costituency a cui rispondiamo, tanto più oggi che in maggioranza abbiamo la possibilità di modificare e proporre provvedimenti che riguardano la vita delle persone? Qual è il nostro contributo a un Governo che ha bisogno di darsi un anima e un progetto che ad oggi non ha? La dico in un altro modo: come si fa a pensare che noi si possa continuare a utilizzare quella finzione, anche un po’ ipocrita, per cui non siamo riusciti a fare di LeU un partito ma almeno siamo un gruppo parlamentare, se poi anche quello stesso gruppo ha iniziato a sgretolarsi a fronte dell’uscita di due parlamentari?

Non so se siano solo i primi abbandoni di una lunga serie. Ma il corredo di argomenti utilizzati per lasciare il gruppo di LeU umiliano tutti gli altri. E umiliano tanto più chi tra noi è maggiormente esposto nel portare sul petto, suo malgrado, l’etichetta di LeU. Allora per me ci sono due strade. O si prende atto di questa situazione e si certifica la chiusura anche formale dell’esperienza di LeU, sciogliendo i gruppi parlamentari. Mettendo fine a una condizione insostenibile per la quale ciascuno di noi vaga, sul piano dell’attività parlamentare, senza un disegno e indossando una maglietta che non si ha neanche voglia di indossare. E dove gli stessi nostri membri del Governo rischiano di rappresentare solo sé stessi. Oppure si percorre la strada più difficile che è quella della politica. Che non vuol dire fare quello che, deludendo le aspettative di tanti, non abbiamo saputo o voluto fare in questi mesi. Ma almeno farci la domanda sulle priorità e sulla matrice della rappresentanza che vogliamo portare dentro la sfida del Governo. Quella domanda che non abbiamo saputo farci neanche in occasione della formazione del Governo.

Non so nulla di cosa LeU (perché tutti i giorni parlano di noi in questi termini) pensi delle questioni del reddito e della necessità che il sostegno allo stesso venga garantito anche a prescindere dalle condizioni lavorative delle persone. E quindi in questo senso come, secondo noi, dovrebbe cambiare il reddito di cittadinanza nel società della robotizzazione, delle piattaforme digitali e del lavoro povero. Non so cosa pensiamo esattamente del salario minimo, che giudizio diamo delle scelte del governo sulle questioni ambientali (per me ancora troppo timide), se vogliamo riprendere con forza la partita della riduzione dell’orario di lavoro, se abbiamo smesso di chiedere la cancellazione di intere parti del jobs act e la reintroduzione delle tutele contro i licenziamenti illegittimi, se vogliamo distinguerci per la richiesta più grande che si sia mai fatta in termini di risorse sulla scuola pubblica. Ancora, cosa pensiamo dell’autonomia differenziata, così come ignoro le ragioni per cui abbiamo votato, senza alcun elemento di distinzione, almeno sul piano degli argomenti, la riduzione dei parlamentari e che idea abbiamo esattamente della legge elettorale che dovrà essere scritta. Così come mi chiedo se vogliamo imbracciare la battaglia sull’attuazione dell’articolo 49 della Costituzione e sulla reintroduzione del finanziamento pubblico ai partiti, anche alla luce delle vicende inquietanti che riguardano i rapporti tra partiti italiani e Paesi stranieri.

Magari affrontando tutto questo con una discussione aperte, fatta a tappe, che coinvolga non solo noi parlamentari ma personalità, intellettuali, esponenti del mondo sindacale e delle professioni. E possibilmente con un coordinamento politico o, se preferite, una forma federativa tra le diverse componenti politiche di cui ormai sono costituiti i gruppi di LeU. Perché nessuno possa dire: ma voi esattamente chi siete? Mi perdonerete la lunghezza ma credo sia arrivato il momento di affrontare questa discussione al netto dell’esito finale che può determinarsi. Lo dobbiamo a noi stessi. Ma lo dobbiamo anche chi,militanti ed elettori generosi, abbiamo sballottato di qua e di la (l’abbiamo fatto tutti) senza indicare per davvero la strada. La vicenda umbra dimostra che non basta una posa a favore di telecamera a far riappassionare le persone alla tua causa. Occorre coraggio, discontinuità nei programmi e spirito di contaminazione. Ma se questo pezzo di campo, quello genericamente democratico e progressista, sarà destinato a mutare profondamente, come io credo, nei prossimi anni, non è detto che chi come noi si è messo in campo proprio per determinare un cambiamento della sinistra, ora possa svolgere una funzione in quel processo di scomposizione e ricomposizione. Di sicuro non lo faremo restando immobili, afoni, inerti, in eterna attesa dei cambiamenti altrui. L’unico modo per svolgere un ruolo è tornare alla politica. Renderò pubblica questa comunicazione, come ho fatto a partire da una piccola intervista uscita oggi. E credo che si debbano costruire spazi per discuterne, anche fuori dai gruppi parlamentari, come troppo spesso non abbiamo fatto. 

Con affetto.Francesco

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