Per Eugenio Curiel

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Rilancio un bel profilo di Eugenio Curiel, scritto da Ferruccio Capelli, direttore della Casa della Cultura di Milano.

“Una figura di spessore inconsueto che assunse i tratti del mito”

Oggi, 24 febbraio, ricorrono esattamente 75 anni dall’assassinio di Eugenio Curiel. Venne ucciso a poca distanza da qui, in pieno centro di Milano, nei pressi di Piazzale Baracca.

Aveva 33 anni: una vita breve, brevissima, ma talmente intensa che offre ancora oggi tanti spunti di riflessione.

Curiel nacque in una famigli ebraica triestina, studiò ingegneria e fisica, si laureò brillantemente e ricevette un incarico universitario in fisica teorica. Lavorò in Università fino a quando, a seguito delle leggi razziali, venne allontanato dall’Università.

Durante il periodo universitario compì il suo “lungo viaggio nel fascismo”: negli articoli scritti per la rivista degli studenti universitari di Padova, “Il Bo”, si coglie come maturò la sua critica e il suo allontanamento dal regime, fino ai primi contatti con le opposizioni clandestine.

A Parigi prese contatto con il centro estero del PCI: vivamente apprezzato dai dirigenti comunisti, ricette subito incarichi importanti. Da notare che nei frangenti difficilissimi dei tardi anni Trenta e dei primissimi anni Quaranta, sviluppò rapporti anche con i socialisti e con Libertà e Giustizia. Si coglie qui un’inclinazione unitaria perfino sorprendente: in realtà l’ispirazione unitaria caratterizzerà tutta la sua azione politica.

Arrestato al rientro in Italia e spedito al confine a Ventotene, rientrò a Milano alla fine di agosto del 43 ed assunse subito un ruolo di rilievo nella Resistenza: gli venne affidato l’incarico di dirigere l’Unità clandestina e di organizzare il Fronte della Gioventù, l’organizzazione unitaria dei giovani antifascisti.

Venne ucciso il 24 febbraio del 1945: il suo corpo restò a lungo insepolto all’obitorio. Accadde così che il suo feretro venne condotto al cimitero Maggiore di Milano, assieme a quello di altri partigiani rimasti insepolti, dopo la Liberazione, ai primi di maggio. I funerali, promossi dalla giunta comunale del sindaco Greppi, furono una manifestazione imponente. In quell’occasione il poeta Alfonso Gatto gli dedicò una famosa poesia: “A Giorgio” (Giorgio Intelvi era il suo nome di battaglia). La sua lettura ci rivela che, a due mesi di distanza dall’assassinio, la figura di Curiel cominciava già ad assumere i tratti del mito.

Con qualche fondata ragione, perché lo studio della sua opera e dei suoi scritti rivela una personalità di spessore inconsueto. Ricordiamo qui alcuni tratti che la contraddistinguono:

a – L’ispirazione unitaria, innanzitutto. Fu capace di sviluppare in esilio, ai tempi del trattato Molotov – Ribbentrop, rapporti unitari con altre componenti dell’antifascismo. Anche nella costruzione del Fronte della Gioventù profuse un’energia assai particolare. La progettazione di organismi di massa con funzione fiancheggiatrice era cosa comune ai tempi della Terza Internazionale: il fatto interessante è che Curiel costituì davvero un’organizzazione unitaria nella quale svolsero un ruolo di primo piano figure di provenienza assai diversa. Tra i dirigenti del Fronte vi furono intellettuali come il futuro regista Gillo Pontecorvo e esponenti cattolici come padre Davide Maria Turoldo e padre Camillo De Piaz, i due frati serviti destinati ad avere un ruolo religioso culturale di grande importanza anche nel dopoguerra.

b – Un’elaborazione teorica particolarmente ricca. Sua è la proposta della “democrazia progressiva”. Con la Resistenza, come è noto, il movimento operaio e il comunismo italiano si ancoravano politicamente alla democrazia. Curiel, per primo, si spinse a individuare la strada per ancorarsi anche teoricamente, ideologicamente, alla democrazia: era un passo nuovo. La democrazia, teorizzò e scrisse Curiel, non è sempre e dappertutto la stessa cosa. Può evolversi, può anche trasformarsi e portare il segno delle lotte, degli interessi e dei valori del movimento operaio. L’idea della democrazia progressiva apriva un nuovo orizzonte politico e teorico per il movimento operaio e per i comunisti italiani. Sulla stessa lunghezza d’onda stava riflettendo Palmiro Togliatti: l’idea di democrazia progressiva venne infatti integralmente assunta nell’elaborazione togliattiana e divenne uno degli assi portanti della strategia dei comunisti italiani nel dopoguerra.

c – Curiel fu anche una figura di intellettuale assai interessante. Non era un umanista: era uno scienziato con vivissimi interessi umanistici. Anche questa, nella storia del movimento operaio e comunista, è una particolarità di Curiel. Ma a noi interessa sottolineare soprattutto che durante la Resistenza, negli anni della clandestinità, trovò anche gli stimoli e il tempo per ragionare sulla cultura del futuro. Il rinnovamento della cultura, grazie anche ai suoi stimoli, divenne una vivissima preoccupazione dei resistenti milanesi: essi cominciarono a ragionare su cosa fare per rinnovare alle radici la cultura italiana dopo vent’anni di fascismo. Fu in questo contesto che Curiel, incontrandosi con Banfi e con Vittorini, delineò, assieme a loro – c’è una nota che lo attesta – il progetto di costituire, subito dopo la Liberazione, una rivista, un centro di alta cultura e un organismo di diffusione di massa della cultura.

Curiel non vide la Liberazione, ma Vittorini e Banfi si gettarono con passione alla realizzazione del progetto costruito assieme a lui. Costituirono infatti il Fronte della Cultura per la diffusione di massa della cultura. Fondarono inoltre una rivista e un centro culturale: il Politecnico, rivista dalla breve ma intensissima durata, e la Casa della Cultura, che Vittorini era solito chiamare “il Politecnico parlato”.

A queste considerazioni, legate alla vita e alla elaborazione di Eugenio Curiel, è doveroso aggiungere un’ultima annotazione. Quando, nel 1949, la Casa della Cultura venne scacciata dal ministro degli Interni, Mario Scelba, dalla sua sede prestigiosa, dietro la Scala, intervenne la sorella di Eugenio Curiel, Grazia, per aiutare a risolvere il problema. Essa mise a disposizione la cantina del suo negozio, quella cantina che è ancora oggi la sede della Casa della Cultura. E il marito di Grazia per anni e anni fu il tesoriere del centro culturale di via Borgogna.

Aggiungo: quando Grazia Curiel morì la sua famiglia volle che i funerali fossero celebrati in Casa della Cultura. Era il segno di un legame profondo tra la famiglia Curiel e il luogo progettato e pensato da Eugenio.

A chi scrive capita spesso di pensare che la Casa della Cultura, la sua presenza stessa, la sua continuità del tutto inconsueta, siano il miglior omaggio alla memoria del dirigente comunista e del partigiano Giorgio, ucciso in Piazzale Baracca da una squadra fascista.”

 

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