Urgente il reddito di emergenza

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“È sotto gli occhi di tutti la necessità di mettere in campo al più presto uno strumento universale di sostegno al reddito. Nella fase straordinaria che stiamo vivendo non si può fare a meno di un reddito di emergenza per non lasciare indietro nessuno in questa crisi senza precedenti.
Integrandosi con gli strumenti esistenti, il reddito di emergenza – temporalmente definito – deve dare una risposta a una domanda diffusa di protezione che proviene dai soggetti più deboli e fragili della nostra società.” (30 marzo 2020).

Lo afferma il capogruppo di Liberi e Uguali alla Camera, Federico Fornaro.

“Sentinella, quanto resta della notte?”: un tempo da riempire di riflessioni

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testo di Gabriele Scaramuzza, Segretario regionale di Articolo Uno Veneto (29 marzo 20220)

“Sentinella, quanto resta della notte?”. In queste settimane di sospensione della nostra quotidianità a causa delle misure del contenimento del Coronavirus, in cui sono divenuti quasi palpabili concetti altrimenti solo filosofici come lo “stato di eccezione”, credo che molti si pongano la domanda di Isaia nell’oracolo sull’Idumea.

Quanto resta della notte? Quanto perché l’eccezione abbia termine, e si possano riguadagnare i gesti della quotidianità, riabitare gli spazi aperti, salutare chi se n’è andato in solitudine?

Il testo biblico, come tutte le grandi narrazioni dell’umanità, non dà risposte consolatorie, ma convoca l’uomo ad una responsabilità attiva: “Viene il mattino – risponde la sentinella -, poi anche la notte; se volete domandare, domandate, convertitevi, venite”. Non si dice quando la notte avrà fine, ma si riattiva la possibilità dell’uomo di riempire quel tempo d’attesa, di non essere inerte, quasi che quell’interrogarsi incessante, quell’andare, potesse esso stesso riaccelerare il tempo.

Forse è proprio così che dobbiamo stare in questa notte, provando a colmarla con un esercizio vigile del pensiero e dell’immaginazione, perché è chiaro ormai a tutti che il mondo di ieri non tornerà (prova ne sia il rapido abbandono dell’impianto fondamentalmente ordo-liberale con cui era stata impostata l’integrazione europea dalla fine degli anni ’80 ad oggi), e che, quando usciremo da questa emergenza sarà necessario ripensare in profondità il ruolo dello Stato, il tessuto economico sociale, il sistema istituzionale, le relazioni internazionali.

Può essere, e tutti lo auspichiamo, che il tempo che abbiamo di fronte sia quello della tenerezza preconizzato da David Grossman qualche giorno fa in un bellissimo scritto; ma potrebbe essere anche un tempo più ruvido, meno solare, e proprio per questo è indispensabile ora che la politica recuperi anche una dimensione profetica, ossia la capacità di disegnare molteplici possibilità di futuro, e non di farsele disegnare da altri per essere, come è stato in questi anni, volta a volta l’esecutrice ovvero l’ospedale da campo del neoliberismo.

Tra le molte tracce di riflessione su cui occorrerà impegnarsi ne segnalo solo alcune, in ordine sparso e per scale diverse.

La prima riguarda quale modello sociale ed economico dobbiamo già cominciare a ricostruire. I paesi europei uscirono dalla Seconda guerra mondiale costruendo il compromesso tra l’economia liberale di mercato, da un lato, e le grandi infrastrutture del welfare dall’altro (sanità, protezione sociale, previdenza), che resse durante i “trenta gloriosi” e cedette il passo tra la fine degli anni ’70 e gli inizi degli anni ’80 alla lunga stagione neoliberista, durante la quale, se una responsabilità ha avuto la sinistra, è quella di essersi troppo spessa concepita come l’ospedale da campo della globalizzazione economica.

E quindi occorre chiedersi quali idee forti la sinistra intenda mettere in campo per sostituire alla globalizzazione come l’abbiamo conosciuta una nuova mondialità (per usare le parole del poeta Edouard Glissant) in grado di reimpostare un modello di crescita economica in grado di garantire coesione sociale, ridistribuzione, inclusione. E chiarire anche quale sarà il livello del confronto e della dialettica che la sinistra è disponibile a sostenere (all’interno delle mediazioni istituzionali e dei corpi intermedi), con chi penserà che sia semplicemente pensabile una restaurazione del vecchio ordine ovvero con l’internazionale nazional-populista che, senza dubbio inadeguata in questa fase di emergenza, non necessariamente uscirà declinante dallo stato di eccezione.

Per quanto riguarda l’Italia, credo che questo modello economico dovrà essere impostato sull’investimento su tre fondamentali beni comuni: la salute, l’ambiente e la ricerca. Solo oggi la grande maggioranza dell’opinione pubblica si sta rendendo conto di quanto sia prezioso un servizio sanitario nazionale universalistico e di come esso ha corso il rischio di essere compromesso. L’investimento nel servizio sanitario nazionale da solo non è sufficiente, perché il covid 19 ha dimostrato che reggono meglio le aree in cui la rete territoriale è stata preservata (per scelta consapevole come in Emilia Romagna o per resilienza come in Veneto), in cui non sono state fatte scelte spinte in direzione di modelli ospedalocentrici e di progressivo spostamento verso il privato e la logica della prestazione. Va fatto uno sforzo per potenziare il territorio e la rete di prevenzione, oltreché l’integrazione socio-sanitaria.

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Ciao Flavio, ci mancherai

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La notizia della morte di Flavio Mariani ci ha colto di sorpresa e ci procura smarrimento e dolore. Ci aggiungiamo ai molti  per le condoglianze a tutta la sua famiglia. Ai suoi amici e a quanti lo hanno conosciuto in questi anni di battaglie e di impegno civico, in Palazzolo e in Paderno Dugnano.

Sinistra per Paderno Dugnano non ti potrà dimenticare.

Coronavirus, errori e follie milanesi e lombarde hanno fatto esplodere l’epidemia

825x388x4sh6dusbeklxdhksauek.jpg.pagespeed.ic_.VOohtq_zL6 blizdi Pino Nicotri su BLITZ quotidiano  del 24 Marzo 2020

ROMA – A parlare di “diffusione fulminea del virus in Lombardia” è stato, il 6 marzo, l’assessore al Welfare della Regione Lombardia Giulio Gallera.

E di recente la dottoressa Maria Rita Gismondo, direttrice del Laboratorio di microbiologia clinica, virologia e diagnostica delle bioemergenze dell’ospedale Sacco di Milano, centro di riferimento contro Covid-19, in accordo con la virologa Ilaria Capua, docente all’università della Florida, ha detto:

“In Lombardia c’è qualcosa che non comprendiamo. Sta succedendo qualcosa di strano, c’è un’aggressività che non si spiega.  Si sono superati i morti della Cina in un’area infinitesimamente più piccola e in un tempo minore. Le ipotesi possono essere tutte valide”.

Tutte valide, eccetto però l’ipotesi che la Lombardia sia stata colpita dalla maledizione di Montezuma o di una macumba o del voodoo di qualche extracomunuario, magari dal malocchio di qualche fattucchiera “terrona”.

Cerchiamo perciò di capire, elencando dei FATTI certi, perché la Lombardia è diventata un epicentro dell’esplosione di infezioni da coronavirus SARS-CoV-19.

Con annesso record di numero di morti che nella martoriata Bergamo ormai supera perfino quello di Wuhan, culla e incubatoio di questo virus.

Prima però un’osservazione. Utilizzare i militari in funzione di ordine pubblico può anche andar bene, può essere utile, certo, ma perché sono tutti armati anche di fucili mitragliatori?

Che si sappia, neppure questo virus si combatte prendendolo a fucilate… E le tute mimetiche di tutti questi militari fanno molta scena – “siamo in guerra!” – ma “non ci azzeccano”.

Non è che il virus si lascia ingannare dalle mimetiche… Meglio sarebbe la normale divisa. Ripeto: senza fucili. E neppure pistole.

E ora veniamo al sodo.

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L’alleanza non atlantica

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Articolo di Tommaso Di Francesco da Il Manifesto del 24 marzo 2020.

Geopolitica e pandemia. Con le nostre mastodontiche spese di decine di miliardi per la difesa e per i nuovi cacciabombardieri – le fabbriche d’armi intanto non i fermano -, per i nostri interventi «umanitari», per simulare nuove pericolose manovre militari a est

 

Ieri il governo italiano, per iniziativa del ministro della difesa Guerini, di fronte all’imperversare del Coronavirus ha invocato il soccorso del Pentagono. I non-detto di questa iniziativa sono due: il primo è che il decreto del governo per contrastare il contagio da Coronavirus non ferma le fabbriche di armi (F35 compresi); il secondo è la preoccupazione – un retropensiero sia dei governati ai domiciliari per il nostro bene, ma anche dei governanti – che sia evidente come gli aiuti veri arrivino da tutte le parti, anche dai «nemici», tranne che dagli alleati storici; così si chiamano in causa, in modo pressante e all’ultimo momento Stati uniti e Alleanza atlantica, che alleanza proprio non è ma sudditanza.

Perché sotto gli occhi di tutti dopo i medici e gli infermieri cinesi da Wuhan con un carico ingente di respiratori e mascherine, ieri mattina sono arrivati 9 giganteschi Yliuscin russi carichi di laboratori mobili, con 100 medici militari; e, come se non bastasse sono già operativi a Cremona i 52 medici cubani arrivati domenica.

Passi per l’intervento «riparatore» di Xi Jinping che invia medici coinvolti nell’epicentro che è stato Wuhan, passi per il soccorso peloso, ma ingente, della Russia di Putin che gioca così anche una carta propagandistica, la vera sorpresa sta nell’aiuto di Cuba, un Paese sotto embargo Usa, che spiazza ogni ragionamento strategico-diplomatico.

Così partono con battimani dall’aeroporto de L’Avana, e sono ricevuti con applausi a Milano con tanto di bandiera cubana, e dichiarano che per loro è «naturale», l’insegnamento che hanno ricevuto è quello «umanitario», per una patria che considerano il «mondo intero bisognoso», come hanno dimostrato per decenni, più soli che mai, nell’Africa devastata da tante epidemie.

Dagli Usa invece molti tweet solidali e tricolori, ma in concreto assai poco, un piccolo ospedale da campo per 10 posti pronto ad Aviano – da dove però è partito il volo militare che ha portato negli Usa 500mila kit diagnostici del coronavirus prodotti in Italia – e un’altra piccola struttura sanitaria allestita a Cremona da una Ong cristiano evangelica. Quel che non si vede proprio è invece l’aiuto massiccio e sostanzioso dell’alleato Trump.

Che fin qui è stato «chiaro»: ha allarmato i suoi cittadini a non venire in Italia, ha bloccato ogni volo civile, ha tardato ad allertare l’America nonostante fosse informato da tempo dai Servizi segreti, continua ad accusare la Cina per nascondere la responsabilità dei suoi ritardi mentre l’epidemia si estende, e si rifiuta – dice «per paura di una statalizzazione che porta al socialismo» – di usare il Defense of Production Act invocato da Sanders e da Cuomo che dà al presidente il potere di costringere tutti i produttori negli Stati Uniti a trasformare le loro fabbriche per fornire al Paese le attrezzature sanitarie necessarie; e alla fine si prepara ad una elargizione a pioggia di finanziamenti sullo sfondo delle presidenziali – accusano i democratici.

Tranquilli però, nell’augurio che tutto finisca presto e che la litania di bare, quasi impossibili da raccontare, si riduca sempre di più, che sia alleviato il dolore delle vittime, che ci sia restituita la nostra vita in comune, ecco che quando torneremo a liberarci dall’oppressione dell’epidemia, tutto tornerà come prima.

Con le nostre mastodontiche spese di decine di miliardi per la difesa e per i nuovi cacciabombardieri – le fabbriche d’armi intanto non i fermano -, per i nostri interventi «umanitari», per simulare nuove pericolose manovre militari a est. Torneremo insomma nella normalità atlantica. Speriamo con qualche dubbio in più.