Coronavirus, errori e follie milanesi e lombarde hanno fatto esplodere l’epidemia

825x388x4sh6dusbeklxdhksauek.jpg.pagespeed.ic_.VOohtq_zL6 blizdi Pino Nicotri su BLITZ quotidiano  del 24 Marzo 2020

ROMA – A parlare di “diffusione fulminea del virus in Lombardia” è stato, il 6 marzo, l’assessore al Welfare della Regione Lombardia Giulio Gallera.

E di recente la dottoressa Maria Rita Gismondo, direttrice del Laboratorio di microbiologia clinica, virologia e diagnostica delle bioemergenze dell’ospedale Sacco di Milano, centro di riferimento contro Covid-19, in accordo con la virologa Ilaria Capua, docente all’università della Florida, ha detto:

“In Lombardia c’è qualcosa che non comprendiamo. Sta succedendo qualcosa di strano, c’è un’aggressività che non si spiega.  Si sono superati i morti della Cina in un’area infinitesimamente più piccola e in un tempo minore. Le ipotesi possono essere tutte valide”.

Tutte valide, eccetto però l’ipotesi che la Lombardia sia stata colpita dalla maledizione di Montezuma o di una macumba o del voodoo di qualche extracomunuario, magari dal malocchio di qualche fattucchiera “terrona”.

Cerchiamo perciò di capire, elencando dei FATTI certi, perché la Lombardia è diventata un epicentro dell’esplosione di infezioni da coronavirus SARS-CoV-19.

Con annesso record di numero di morti che nella martoriata Bergamo ormai supera perfino quello di Wuhan, culla e incubatoio di questo virus.

Prima però un’osservazione. Utilizzare i militari in funzione di ordine pubblico può anche andar bene, può essere utile, certo, ma perché sono tutti armati anche di fucili mitragliatori?

Che si sappia, neppure questo virus si combatte prendendolo a fucilate… E le tute mimetiche di tutti questi militari fanno molta scena – “siamo in guerra!” – ma “non ci azzeccano”.

Non è che il virus si lascia ingannare dalle mimetiche… Meglio sarebbe la normale divisa. Ripeto: senza fucili. E neppure pistole.

E ora veniamo al sodo.

1) – Massimo Galli, professore di Malattie infettive all’Università di Milano e primario del reparto di Malattie infettive III dell’Ospedale Sacco, il più attrezzato per i casi infettivi in Lombardia, il 24 febbraio ha dichiarato al Corriere della Sera:

“Si è verificata la situazione più sfortunata possibile, cioè l’innescarsi di un’epidemia nel contesto di un ospedale, come accadde per la Mers a Seul nel 2015. Purtroppo, in questi casi, un ospedale si può trasformare in uno spaventoso amplificatore del contagio se la malattia viene portata da un paziente per il quale non appare un rischio correlato. Il contatto con altri pazienti con la medesima patologia oppure la provenienza da un paese significativamente interessato dall’infezione. […]

“Il primo caso clinicamente impegnativo di Covid-19 [quello del 38enne di Codogno, ndr] è stato trattato senza le precauzioni del caso perché interpretato come altra patologia”.

Come è noto, a Codogno si sono svegliati solo per l’insistenza di una anestesista, Annalisa Malara, che non vedeva guarire il 38enne Mattia, a letto con l’influenza il 14  febbraio e arrivato al pronto soccorso il 18 con una leggera polmonite.

Malara non è stata certo supportata dai vertici dell’Azienda Sanitaria Locale (ASL).

Quando il 20 febbraio hanno acconsentito a ordinare il test del tampone, non previsto dal protocollo della “leggera polmonite”, le hanno detto: “La responsabilità di far fare il tampone te la assumi tu”.

Frase dal sapore vagamente minaccioso per dire che in caso di esito negativo i costi del tampone, pare sui 3.000 euro l’uno, li avrebbe dovuti pagare di tasca sua.

Ma i vertici di una ASL possono attenersi caparbiamente al protocollo come fossero uscieri o impiegati del catasto?  Chi e perché li ha nominati al vertice dell’ASL di Codogno?

Mi viene in mente un primario mio conoscente che s’è messo in pensione anticipata “perché stufo delle prepotenze, dei condizionamenti e dei favoritismi a vantaggio di Comunione e Liberazione, che in Lombardia con le privatizzazioni è stata fatta diventare una potenza del settore sanitario”.

Per fortuna che in attesa del responso sul tampone, inviato alle ore 13 del 20 all’ospedale Sacco di Milano con risultati comunicati per telefono alle 20,30,  la dottoressa e i suoi tre infermieri hanno cominciato a proteggersi dal virus.

Ma in zona c’erano già state influenze e “leggere polmoniti” che non avevano destato sospetti. Sta di fatto che la stessa dottoressa Malara ha dichiarato:

““L’obbedienza alle regole mediche è tra le cause che hanno permesso a questo virus di girare indisturbato per settimane”.

Il 38 enne Mattia è guarito ed è stato dimesso. Tramite il canale informativo Lombardia Notizie, della Regione, ha dichiarato: “Io sono stato molto fortunato, da questa malattia si può guarire”. Meno fortunato suo padre, morto per il virus il 21.

E girando indisturbato per settimane il virus ha provocato tante infezioni da costringere l’ospedale di Codogno a chiudere i battenti mettendo così in condizione il vicino ospedale di Lodi di dover ricevere l’ondata di ricoveri di tutto il basso Lodigiano.

Per reggere l’ondata a Lodi hanno dovuto vivere settimane di turni del personale medico infermieristico che andavano dalle sette di mattina all’una di notte, sette giorni su sette. Ma il 6 febbraio c’è stato il deragliamento di un treno Frecciarossa a Ospedaletto Lodigiano, con arrivo massiccio di poliziotti, carabinieri, vigili urbani, tecnici delle ferrovie e quant’altro per fare i rilievi e cercare le cause del deragliamento.

Mascherine poche e a volte scambiate tra le persone al lavoro, precauzioni varie pochissime, contatti con i troppi curiosi molti.

Sta di fatto che tra gli otto e i dodici giorni successivi, il personale delle forze dell’ordine inviato sulla scena del disastro del Frecciarossa, che nel frattempo ha dormito e mangiato in camerate comuni, registra i primi casi di Covid-19.

Non pochi di quei poliziotti e carabinieri andranno in servizio d’ordine pubblico il 19 febbraio alla stadio Meazza di Milano per la fatale partita di calcio Atalanta-Valencia, che vedremo meglio tra poco.

E il 23 febbraio tornano a Lodi, dichiarata nel frattempo “zona rossa”, per far rispettare il divieto di ingresso e uscita dal paese.

2) – “Se non arriva il picco, colpa dei contagi in ospedale”.

Il 22 marzo lo ha dichiarato senza peli sulla lingua Sergio Romagnani, professore di immunologia all’Università di Firenze. Romagnani si riferiva al fatto, incredibile e mai dibattuto pubblicamente, che in Italia muoiono ogni anni 49 mila persone per le infezioni contratte in ospedale.

Cifra che in 13 anni, quelli delle privatizzazioni nel settore sanitario ospedaliero, è più che raddoppiata. Alla luce anche di quanto dichiarato da Galli per Codogno, quante persone ricoverate per altri motivi sono state infettate dal nuovo virus in ospedale?

Inoltre: i medici e gli infermieri morti per Covid-19 nell’abnegazione del curare senza sosta gli infettati dal nuovo virus sono eroi, sì, ma eroi vittime dell’ambiente del loro lavoro. Ambiente infettante: che uccide 49 mila persone l’anno, pari esattamente all’incredibile cifra di 134 al giorno.

In totale, fino a ieri, 4.824 tra medici e infermieri infettati, con non pochi morti: numero doppio di quello della stessa Cina!

3) – Ma la bomba atomica, il detonatore del contagio definito fulmineo da Gallera e che col suo fall-out ha spalancato le porte dell’inferno alla città di Bergamo – ed  esportato il virus anche all’estero, fino in Spagna e Portogallo – è stata la partita di calcio Atalanta-Valencia giocata per la Champions League il 19 febbraio allo stadio di S. Siro, cioè a Milano.

L’Atalanta è la squadra di Bergamo, tant’è che il suo nome completo anche se poco usato è Atalanta Bergamo.

A S. Siro, nella Milano già infetta e con trasporti pubblici spesso fin troppo affollati, sono arrivati quasi 45 mila tifosi, 40 mila in massa da Bergamo, anche da Valencia.

Tifosi che, oltre a sbracciarsi e abbracciarsi in preda al tifo nello stadio, hanno sciamato prima e dopo la partita in centro città e in una marea di bar e altri esercizi pubblici. Per andare e tornare dallo stadio Meazza di S. Siro hanno intasato la metropolitana.

Per quella maledetta partita il sindaco di Bergamo Giorgio Gori il 21 marzo in televisione ha fatto una ormai molto tardiva ammissione di responsabilità: “Faccio autocritica per non avere vietato la partita Atalanta-Valencia. Abbiamo tutti sottovalutato la gravità di quello che stava arrivando. C’è stato un periodo, anche se solo di pochi giorni, in cui abbiamo sperato di poterne uscire in fretta”.

Ma Gori ha, ormai tardivamente, ammesso altri errori:

“Predicavamo ai cittadini prudenza, di mantenere un metro di distanza, ma anche di continuare a vivere la loro vita perché vedevamo i fatturati dei negozi e degli alberghi precipitare ed eravamo preoccupati. Questo equilibrio era sbagliato evidentemente, però in quel momento era difficile fare la cosa giusta”.

E il professor Fabiano Di Marco, responsabile Pneumologia dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, in un’intervista al Corriere della Sera è stato ancora più chiaro: “Atalanta-Valencia a San Siro è stata una bomba biologica. Quarantamila bergamaschi che hanno viaggiato in pullman, auto, treno”.

E a Milano in metropolitana: intasandola!

Come se non bastasse, benché a porte chiuse, il 10 marzo la partita di ritorno è stata giocata a Valencia, che s’è ritrovata col 35% dei giocatori infetti dal virus.

Messi in quarantena i giocatori bergamaschi.

Recidivo all’infezione il giornalista spagnolo Kike Mateos arrivato per seguire la partita. E primi casi di infezione a Valencia, la “città più italiana della Spagna”, diventata un  focolaio dell’intera penisola iberica, Portogallo compreso.
Un portoghese di 33 anni impegnato a Valencia in attività edilizie una volta tornato in Portogallo s’è rivelato tra i primi due connazionali positivi al tampone. L’altro era tornato da vacanze di carnevale in Lombardia.

La famosa cartina della CNN può non piacere, è stata biasimata da tutti come se alla Cina avesse sostituito l’Italia, ma in realtà si è limitata a mostrare solo i casi di infezioni contratte in Italia e arrivate all’estero.

4) – Ferve il dibattito per scagionare il perdurare milanese di inquinamento da polveri sottili – il particolato M5 ed M10, le minute particelle che si depositano nei polmoni – soprattutto d’inverno, a riscaldamenti accesi. Il partito degli innocentisti è robusto, ma è agguerrito anche quello dei colpevolisti.

Però entrambi i fronti trascurano stranamente il fatto che è ormai accertato, fin dal 1970, che l’inquinamento abbassa le difese immunitarie.

E poiché è appurato – anche dai i satelliti europei della missione Copernicus Sentinel – che la Val Padana, in particolare la molto industrializzata e trafficata Lombardia, è la regione più inquinata d’Europa, la conclusione non è difficile da trarre.

Anche senza contare le polveri M5 ed M10, gli inquinamenti dominanti in Lombardia provengono dagli allevamenti intensivi, dalla concimazione chimica dei campi, dai fumi della fabbriche, dalle emissioni dei motori diesel e dagli impianti di riscaldamento, in funzione nella stagione in cui è esplosa l’edpidemia di Covid-19.

A fine 2005 le caldaie a gasolio a Milano erano il 4 per cento del totale e inquinavano come il restante 96 per cento. In questi 4 anni la situazione non è molto cambiata.

In Lombardia esiste il più avanzato sistema sanitario dell’intera Italia, dotato di personale medico e paramedico di primissimo ordine, come possiamo constatare in questi giorni, e sono stati salvati più pazienti che nelle altre regioni, ma su una popolazione che, come dimostra l’andamento delle comuni influenze, tende ad ammalarsi nelle vie aeree più degli altri italiani.

C’è poco da arzigogolare: due più due fa sempre quattro. Ed è per questo che il Covid-19 in Lombardia colpisce duro più che altrove: colpisce infatti persone con polmoni segnati da decenni di smog.

5) – I polmoni sono compromessi da decenni di smog, ma i tabacchini restano aperti…. al pari delle farmacie e dei supermercati. Il governo e le varie autorità regionali e comunali bloccano gli sport all’aperto, runner e ciclisti compresi, e invitano tutti a uscire di casa il meno possibile.

Non c’è però traccia di invito a fumare il meno possibile. Eppure in Italia il fumo è la principale causa di morte: 83 mila persone l’anno.

Non c’è neppure l’invito – e tanto meno sanzioni a chi sgarra – a non continuare a gettare dove capita i mozziconi, sicuramente veicolo di virus per via della saliva.

Che fine ha fatto la promessa/minaccia del sindaco di Milano Giuseppe Sala di probire il fumo alle fermate dei mezzi pubblici?

6) – Visto che parliamo di polmoni, la privatizzazione di larghe fette della Sanità  ha portato in Lombardia a una situazione peraltro diffusa nell’intera Italia.

Come ho constatato anche di persona, per fare una radiografia ai polmoni col Sistema Sanitario Nazione per esempio presso l’ottimo Centro Diagnostico Italiano (CDI) bisogna fare 4-5 mesi di attesa, ma se paghi di tasca tua te le fanno nel giro di 2-3 giorni.

In Lombardia delle privatizzazioni nella Sanità  ha beneficiato non poco Comunione e Liberazione – tramite il suo braccio imprenditoriale Compagnia delle Opere – alla quale fin dal 1970 in qualità di “memor Domini” apparteneva Roberto Formigoni, presidente della Regione dal 23 aprile 1995 al 18 marzo 2013, cioè per 18 anni consecutivi.
Oggi si cerca di porre affannosamente rimedio requisendo alberghi e aprendo nuovi reparti anche con donazioni di privati.

La Regione Lombarda e il Comune di Milano nel corso dell’epidemia hanno predicato bene, ma razzolato male. E a volte malissimo. Infatti:

7) – A febbraio autobus sostitutivi di linee tramviarie in riparazione affollatissimi, con gente stipata come sardine mentre veniva raccomandata la distanza di almeno un metro tra le persone. Distanza impossibile da rispettare in varie fasce orarie anche in tram e metrò, per fortuna da un certo punto in poi disinfettati spesso.

8) – Anche a marzo controlli troppo rari e inefficaci da parte di vigili, polizia, carabinieri, ecc., sulla gente che frequenta i parchi come il Boscoincittà, nella parte ovest della città, il Parco Agricolo di Milano Sud. In quest’ultimo parco è uso inveterato accendere fuochi per barbeque improvvisati da parte di giovani che arrivano e scorrazzano in motocicletta, pur essendo vietatissimi sia i fuochi che i mezzi motorizzati.

9) – Acqua mancante o carente nei rubinetti delle toilette dei treni regionali, usatissimi dai pendolari, e della navetta con l’aeroporto di Malpensa, che è un aeroporto internazionale di grande traffico.

10) – Assenza di qualunque controllo sanitario negli arrivi e partenze negli aeroporti di Malpensa, Linate e Bergamo prima che venissero chiusi o ne riducessero drasticamente gli arrivi e le partenze.

11) – Chiese restate aperte, poi chiuse, poi riaperte, oratori aperti.

12) – “Milano non si ferma”, e invece… Negli ultimi giorni di febbraio, mentre il virus dilagava e i contagi confermati in Italia erano ancora pochi, il segretario del PD Nicola Zingaretti partecipava ad aperitivi contro la paura.

Matteo Salvini invitava ad “aprire” e “spalancare” tutto, il sindaco di Milano Giuseppe Sala aveva promosso la campagna “Milano non si ferma” per dire ai milanesi di non avere troppa paura del virus. Il sindaco aveva anche rilanciato con i suoi account social un video che celebrava la forza di spirito dei milanesi anche in tempi difficili e su Instagram aveva voluto apparire con una maglietta con in bella evidenza la scritta “Milano non si ferma”.

Il video simile è stato lanciato dall’Unione dei Brand della Ristorazione Italiana, associazione formata da decine di locali e catene di ristorazione di Milano.

Ma alla fine Milano, anche se in brutto e dannoso ritardo, ha dovuto fermarsi. Il presidente della Regione Attilio Fontana ieri ha dichiarato con orgoglio che “i lombardi sanno cosa fare”. Un altro slogan “patriottico”, tipo “prima i lombardi!”.

In ogni caso, dopo tanti errori, se sanno davvero cosa fare, e la fanno, meglio tardi che mai.

 

 

 

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