Un 25 aprile virtuale ma partigiano

milano-25-aprile-1994-mezzo-milione-di-persone-in-piazza-per-ricordare-la-resistenza-e-contro-il-primo-governo-berlusconi-foto-archivio-manifestoUn 25 aprile per una nuova società partigiana di Luciana Castellina (il Manifesto, 8 aprile 2020)

Un milione anche virtuale. È uno scatto di soggettività, la premessa di un impegno a costruire oggi una «nuova società partigiana», quella che ci serve per impedire che da questa pandemia esca il peggio, un impegno per rivedere criticamente il mondo di ieri e farne uno che abbia i tratti di quello che si sperò di fare con la Resistenza 75 anni or sono

“Vi ricordate di quel 25 aprile del 1994, tutti ancora paralizzati dallo shock per la vittoria elettorale di Silvio Berlusconi e per primo a reagire fu proprio il manifesto lanciando il messaggio: tutti in piazza a Milano a celebrare la Resistenza e la Liberazione?

A quell’appello rispose una quantità di gente, sotto una pioggia senza precedenti a marciare per le vie della capitale del CLN si ritrovò una folla straripante e inattesa, una manifestazione senza precedenti. Bene: non voglio certo paragonare il Cavaliere al coronavirus, per carità,ci mancherebbe! Io poi sono politically correct.!!

Ho richiamato quel lontano evento di 26 anni fa solo per ricordare che questa nostra incredibile Resistenza è diventata sempre più per tantissimi di noi italiani una leva della mobilitazione civile, collettiva, l’ispiratrice di un sussulto militante. E di questo abbiamo bisogno ora.

Certo neppure i più eroici partigiani potrebbero sconfiggere «corona». Per riuscirci occorre la scienza e, per citare la più importante, la sanità pubblica.

E però credo che a tutti stia apparendo chiaro, in questi giorni di riflessione cui la clausura ci spinge, che comunque il nostro mondo non sarà più lo stesso.

Il virus ci ha reso traumaticamente consapevoli che il modo in cui abbiamo vissuto pur nella pace relativa di cui l’Occidente ha goduto deve esser cambiato.

Ma come cambierà non dipenderà dalle stelle, ma da noi, da quello che noi faremo. E un’indicazione ci viene a questo scopo, per quanto il contesto sia così diverso e il nemico da battere di tutt’altra natura, di nuovo dal 25 aprile.

L’aspetto più straordinario della Resistenza è infatti che non si trattò solo di azione militare: pur senza voler ridurre il valore di quella impari battaglia armata, ci fu una mobilitazione ben più vasta.

Quella che dette vita – per adottare la definizione che gli dette Roberto Battaglia, storico e comandante della Brigata Garibaldi nella Lunigiana – a una «società partigiana».

PERCHÉ A FIANCO delle donne e degli uomini armati ci furono tantissimi che non imbracciarono il mitra ma si dettero a costruire in quei due anni terribili una forza anche più significativa, fatta di organizzazione civile solidale, l’embrione della società democratica e egualitaria che avremmo voluto.

Fino a qualche mese fa avrei pensato che non saremmo più stati capaci di ridar vita ad una esperienza come quella, oggi, pur nella consapevolezza che gli scenari prossimi potrebbero essere terribili, ho un po’ di ottimismo. In queste settimane abbiamo assistito a una significativa riscoperta – dopo decenni di triste e gretto individualismo – che ognuno di noi esiste solo in quanto essere sociale, parte di una collettività da cui interamente dipende.

Scriveva don Milani: «Affrontare i problemi da solo è l’avarizia, affrontarli tutti insieme è la politica».
E la politica è il «pubblico», vale a dire qualcosa che ciascuno di noi ha il diritto, ma anche il dovere, di gestire: un esteso «bene comune», cui ci spetta (e ci impone) di occuparsi, e che è cosa diversa dallo stato (talvolta pericoloso).

È un dato che non dobbiamo disperdere, perché è essenziale per capire che società vogliamo, un programma che non sia solo ripristinare la società di prima, ma abbia il compito di disegnare quella che avevano nel cuore i combattenti di allora e che avevano cominciato ad abbozzare nel vuoto statale, praticando la solidarietà e considerando l’essenziale bene comune.

Sul sito che da oggi è aperto nella rete – 25aprile2020.it – troverete l’invito ad essere tutti in piazza, questa volta virtuale, alle 11 del 25 aprile, per celebrare insieme, e speriamo di essere un milione – la giornata antifascista della Liberazione. È un appello firmato anche da noi de il manifesto, assieme a una quantità di persone che si incontrano in una iniziativa politica comune oggi forse per la prima volta: vecchi partigiani, artisti, show man, professori, sacerdoti, dirigenti di reti della società civile impegnate nell’azione di volontariato…A parlare da una piattaforma digitale che ci consentirà a tutti di seguire la cerimonia parlerà Carla Nespolo, presidente dell’Anpi.

È UNO SCATTO di soggettività, la premessa di un impegno a costruire oggi una «nuova società partigiana», quella che ci serve per impedire che da questa pandemia esca il peggio, un impegno per rivedere criticamente il mondo di ieri e farne uno che abbia i tratti di quello che si sperò di fare con la Resistenza 75 anni or sono.”

 

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Anche Radio popolare ha lanciato la sua iniziativa:

 

25 aprile: quest’anno lo celebriamo con tre cortei virtuali 7 APRILE 2020 BY CLAUDIO AGOSTONI

Sta per arrivare un 25 aprile che si preannuncia epocale: per la prima volta non potremo scendere in piazza.  Siamo costretti a restare chiusi in casa per l’emergenza sanitaria che stiamo vivendo e quindi non ci saranno manifestazioni. Eppure di motivi ce ne sarebbero: dalla celebrazione del 75esimo anniversario della Liberazione alla necessità di contrastare i sempre più palesi pruriti di autoritarismo e neofascismo che attraversano il nostro Paese. Abbiamo però deciso di non rimanere in silenzio e di promuovere tre grandi cortei virtuali che partendo da tre località, diversamente segnate dalla storia della Resistenza, convergeranno su Milano.

Il primo partirà da Varzi e passando per Stradella, Pavia ricorderà alcune pagine della lotta di Liberazione nell’Oltrepò pavese, ma anche del sud Milano.

Il secondo partirà da Domodossola, per poi scendere lungo il lago Maggiore: un doveroso omaggio alla repubblica dell’Ossola, la più nota delle repubbliche partigiane.

Il terzo partirà da Dongo, amena località sul lago di Como dove i partigiani fermarono la fuga di Mussolini verso la Germania, e costeggiando il lago anche questo corteo raggiungerà Milano.

Chiediamo agli ascoltatori di Radio Popolare di segnalarci storie piccole e grandi, aneddoti e racconti che hanno avuto come scenario i paesi che si incontrano lungo questi tre percorsi. Storie legate alla lotta di liberazione, ma anche cronache di nuova resistenza: dall’occupazione di una fabbrica alle lotte per la difesa dell’ambiente. Per farlo basta mandare una mail a 25aprile@radiopopolare.it indicando il proprio numero di telefono e il fatto che si vuole narrare. La mattina di sabato 25 aprile, con un ordine cronologico legato al percorso dei cortei, verrete chiamati per raccontarlo in diretta formando così, telefonata dopo telefonata, un corteo virtuale che avrà ovviamente la solita parola d’ordine: “Ora e sempre, Resistenza”.

 

E le nostre RSA?

Pubblichiamo la lettera inviata da CGIL-CISL-UIL metropolitane al Presidente della Regione Lombardia Fontana e al sindaco della città metropolitana Sala a proposito della drammaticità della situazione nelle RSA.

E’ cosa che ci riguarda visto che sul nostro territorio ve ne sono ben due. Sarebbe il caso che l’Amministrazione  Comunale informasse la cittadinanza circa lo stato delle iniziative di precauzione prese dalle direzioni e le condizioni degli ospiti di queste RSA private. Grazie!

 

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Speranza: non è finita, dall’app agli ospedali ecco il mio piano anti virus

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5 Aprile 2020  Colloquio con Repubblica di Claudio Tito

«Dobbiamo dire la verità. La situazione resta drammatica. L’emergenza non è finita. Il pericolo non è scampato. Ci aspettano mesi ancora difficili. Il nostro compito è creare le condizioni per convivere con questo virus. Ecco, il verbo giusto è convivere. Almeno fino a quando non avremo il vaccino o una cura». Il ministro della Salute, Roberto Speranza, non vuole concedere facili illusioni. La battaglia contro il Coronavirus, a suo giudizio, è tutt’altro che vinta. Sente di essere un «frenatore» degli entusiasmi ma «non voglio nemmeno passare per terrorista».

A suo giudizio, allora, il Paese va preparato ad affrontare la peggiore sfida dal 1945 ad oggi. Deve combattere un nemico invisibile ma acerrimo. Per questo, spiega dal suo ufficio al ministero («ormai la mia vita è tutta qui»), stiamo preparando un nuovo “Piano Sanitario”. Tutto costruito sul Covid-19. Un programma in cinque punti: dalla conferma e istituzione di nuovi Covid-Hospital fino alla creazione di un’App che consenta di mappare tutti gli spostamenti del malato nelle 48 ore precedenti il contagio e permetta nello stesso tempo di avviare una vera e propria «cura domiciliare» attraverso test clinici e contatti diretti con i medici. Dalla mappatura di tutti i contagiati con la collaborazione dell’Istat fino alla distribuzione massiccia dei tamponi.

«Lo so – ripete con un lungo sospiro e senza nascondere la stanchezza – che sono dipinto come quello più rigido. Ma proprio perché sono il ministro della Salute mi sento in obbligo di essere severo. Non voglio ingannare nessuno, è inutile pensare che ci sia una soluzione salvifica. Purtroppo non c’è. E non posso dare una data in cui tutto finisce. Sarebbe irresponsabile». Certo, puntualizza quasi per non avvolgere tutte le sue parole di pessimismo, «non voglio nemmeno terrorizzare gli italiani che nella stragrande maggioranza sono stati bravissimi e hanno rispettato con coscienza le regole. Per questo abbiamo indubbiamente fatto dei passi avanti. Ci sono due dati che ci confortano: il numero di ricoveri in terapia intensiva si sta riducendo e questo è fondamentale per il nostro sistema ospedaliero. Inoltre si sta abbassando la moltiplicazione dell’infezione: fino a poche settimane fa ogni contagiato trasmetteva il virus ad altre tre persone, adesso il rapporto è sceso sotto soglia 1».

Ma, appunto, non basta. Il piano predisposto dal Governo, quindi, serve a «preparare il futuro prossimo». Il primo punto resta lo «scrupoloso distanziamento sociale, nei luoghi di vita e di lavoro».

Il secondo riguarda il «rafforzamento delle reti sanitarie locali». Secondo il ministro, il metodo “ospedalecentrico” non funziona. La prossimità ai cittadini velocizza le diagnosi, permette la prevenzione e l’isolamento. «Se hai delle squadre di intervento veloci, riesci a tenere il malato a casa».

Il terzo punto sono i Covid Hospital. Vanno mantenuti e aumentati. Intanto perché «non si può escludere un’ondata di ritorno dell’epidemia fino a quando non ci sarà il vaccino». E poi perché «l’ospedale misto è ingestibile in questo quadro. Troppo rischioso per gli altri degenti, troppo rischioso per tutto il personale e lo abbiamo visto, dovremo ringraziare per sempre il sacrificio di medici e infermieri. Infine non si può nemmeno correre il rischio di penalizzare tutti gli altri pazienti e tutte le altre cure. Non è che il malato di tumore non c’è più. Purtroppo c’è ancora e va curato».

Il quarto riguarda i tamponi. Dovranno essere effettuati in massa. «Faremo quelli rapidi anche con il prelievo in macchina». Questa procedura, con l’aiuto dell’Istat, consentirà una «mappatura virale del Paese». Con un campione corposo «di diversi milioni di cittadini» capiremo quanti italiani «hanno contratto il virus, se e come sono immuni, quanti e in che area possono tornare alla vita normale». Sarà uno strumento, insomma, pure per “gradualizzare” il ritorno alla quotidianità pre-epidemica.

L’ultimo punto è lo sviluppo di una App con due funzioni. La prima è fondamentale per frenare il contagio: si potranno tracciare tutte le attività e quindi i contatti del paziente nelle 48 ore precedenti la manifestazione dei sintomi da Coronavirus. «La stiamo costruendo d’intesa con la Privacy – precisa Speranza -: non c’è alcuna intenzione di violare alcuna legge. E parliamo di 48 ore perché secondo tutti i virologi è il periodo di maggiore infettività».

La stessa App sarà poi utilizzata per un sistema di telemedicina: il malato da casa potrà sfruttarla sia per compiere alcuni esami (ad esempio l’ossigenazione del sangue) sia per mantenere un filo diretto con il medico curante.

Per fare tutto questo, però, servono tanti soldi. «Sono stati stanziati già tre miliardi e una quantità analoga verrà stanziata nei prossimi giorni».

Il titolare della Salute però ha un chiodo fisso. Intervalla ogni riflessione sempre con la stessa frase. Una specie di mantra: «Non sprechiamo i sacrifici fatti. Gli italiani devono sapere che c’è una strategia dietro il nostro lavoro: rendere compatibile il ritorno alla normalità con il virus. Almeno fino a quando non troveremo il vaccino». Ma quando ci sarà questo ritorno? «Il prima possibile. Non posso dare una data. Non voglio fare annunci. L’annuncite è stata per troppo tempo il male della politica italiana. Non posso anche perché il presidente del consiglio ha da poco confermato il blocco fino al 13 aprile. In prossimità di quella data, vedremo come staremo. In ogni caso, si farà tutto per gradi. Nessuno pensi che ci sarà un solo giorno in cui si potrà dire “è tutto finito”». Il problema, però, non è solo sanitario. La ripresa della normalità riguarda anche il sistema produttivo del Paese. La cui tenuta è messa fortemente sotto pressione. Un calo del Pil di queste dimensioni non lo si conosceva dalla Seconda Guerra Mondiale. «Per questo dobbiamo preparare una fase di “convivenza” con il Covid. La strategia sanitaria deve accompagnare la strategia produttiva. Del resto, se mezzo mondo – letteralmente mezzo mondo – è chiuso, vuol dire che servono soluzioni vere. E anche che il governo non ha adottato misure sbagliate». Ha rimpianti? Magari vedendo altri Paesi, in cui l’epidemia sembra aver provocato meno danni. «Non mi sento di avere rimpianti. Non voglio fare paragoni con altre nazioni, ma purtroppo vedrete che ci sarà una certa uguaglianza nella diffusione».

Certo, però, questa emergenza ha dimostrato che la competenza regionale sulla Sanità non funziona. «Quella è una questione costituzionale che verrà trattata a tempo debito. Questo non è il momento di fare polemiche. Con le regioni dobbiamo lavorare e collaborare. Lo stiamo facendo». Ma lei si è fatto un’idea del perché la Lombardia è stato l’epicentro dell’epidemia? «In tutto il mondo il virus si è propagato nei centri e nelle regioni più dinamiche. Basta pensare a New York. È chiaro che la Lombardia ha più contatti con la Cina».

«Ma io – conclude – sono sicuro che ce la faremo. Abbiamo dimostrato di essere un grande popolo. Certo, quando sette mesi fa ho giurato al Quirinale per assumere l’incarico, mai mi sarei aspettato di dover affrontare tutto questo…».

Tre priorità per uscire dalla crisi

tre priorità

Parlamentari, consiglieri regionali, amministratori hanno firmato un appello su tre priorità. Perché anche la gestione della crisi e del dopo ha bisogno di un punto di vista ecologista e di sinistra. Su questo metteremo in campo iniziativa politica dentro e fuori dalle istituzioni nei prossimi mesi.
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TRE PRIORITÀ PER USCIRE DALLA CRISI
 
Stiamo vivendo un momento drammatico della storia del nostro Paese e del mondo. Il peggiore dalla fine della seconda guerra mondiale. C’è bisogno di remare tutti nella medesima direzione. Con la consapevolezza che la pandemia cambia tutto e che, con essa, dobbiamo cambiare noi e la politica.
 
Il nostro pensiero in questo momento va a chi ha perso la vita, al dolore dei loro cari, ai malati. Il ringraziamento va ai più esposti, a chi si batte negli ospedali, ai medici, agli infermieri, al personale socio-sanitario, volontario e ausiliario, alla protezione civile, alle forze di sicurezza.
 
Vogliamo, con la nostra iniziativa, aiutare l’azione del Governo, ma suggerendo tre priorità per uscire dall’emergenza sanitaria ed evitare di ritrovarci con una crisi economica e sociale senza precedenti. Bisogna fare in fretta, garantendo liquidità immediata alle imprese e ai cittadini e alle cittadine che vedono eroso il potere di acquisto.
 
Sono molte le cose da affrontare in tempi celeri, a partire da un ritorno forte agli investimenti pubblici in sanità, scuola, università e ricerca, innovazione ambientale, da sempre trascurati, ma che sono la linfa vitale di una nazione. Così come sarebbe letale permettere al virus di uccidere anche il clima, favorendo politiche espansive che tornino a considerare la sostenibilità ambientale un tema secondario, negando ancora una volta l’urgenza che ci pone la scienza.
 
Proprio perché ci aspettano sfide epocali, intendiamo proporre tre priorità per un rinnovamento radicale:
 
1) Partecipazione: la democrazia e il confronto sono pratiche da valorizzare anche durante lo stato di eccezione. A partire dal massimo coinvolgimento delle assemblee elettive e delle autonomie locali, dei sindaci, degli amministratori. Serve una relazione forte e continua anche con tutti coloro che fuori dalle istituzioni contribuiscono a dare densità alla nostra democrazia: parti sociali, associazioni di volontariato, ambientaliste, studentesche e più in generale movimenti e organizzazioni della società civile. Per sostenere la lotta contro il virus servono idee e la partecipazione di tutti, anche utilizzando nuove tecnologie della comunicazione. Non servono uomini soli al comando o pieni poteri, come nella gravissima deriva autoritaria in Ungheria, che rischia di replicarsi (magari con modalità più sfumate) anche in paesi meno sospettabili.
 
2) Solidarietà: L’Europa deve agire con coraggio. Il virus non conosce frontiere, per questo sono necessarie politiche sanitarie, sociali, fiscali ed economiche unificate, capaci di sostenere i Paesi in difficoltà senza condizionalità capestro. Bene i 750 miliardi della BCE, bene la Commissione sulla sospensione del Patto di Stabilità e sull’allentamento dei vincoli sugli aiuti di Stato. Ma non basta, perché le stime, da qui al 31 dicembre, fanno paura: l’intero continente viaggia con un PIL tra il meno 5 e il meno 10%. Serve un nuovo Patto di Sostenibilità e Benessere, con nuove regole ed un regime fiscale unico, che elimini la pratica di dumping tra i Paesi. C’è bisogno di un bilancio dell’Unione all’altezza della situazione, con fondi straordinari dedicati a imprese, lavoratori e famiglie, garantendo anche una totale flessibilità nell’uso dei fondi strutturali. Sono urgenti inoltre politiche espansive, investimenti, risorse e uno scudo comune, che solo gli Eurobond possono garantire così come sostenuto dall’Italia ed altri otto Stati Membri. Bisogna insistere con forza, anche a costo di una resa dei conti senza precedenti a Bruxelles.
 
3) Reddito: Il virus picchia in maniera indiscriminata, mentre la crisi economica e sociale sceglie in maniera selettiva, perché colpisce e colpirà con maggiore durezza i settori più fragili e le persone con minori tutele. Dalle partite IVA al piccolo commercio, dal lavoro stagionale a quello occasionale, dai creativi fino al lavoro sommerso. E a pagare per primi saranno le donne e i giovani, e le famiglie con  disabilità. Per questo riteniamo fondamentale un Reddito Universale, una misura capace di arrivare immediatamente nelle case di chi ha più bisogno, evitando il rischio che sia la criminalità a farlo. Una misura capace di non lasciare indietro nessuno, allargando la platea dell’attuale Reddito di Cittadinanza a chi è stato colpito in maniera pesantissima dalla crisi, utile anche come garanzia di sostentamento in questa fase di transizione verso nuovi modelli produttivi sostenibili.
 
Lo si può fare istituendo un fondo di solidarietà nazionale a cui far compartecipare le categorie meno colpite, le imprese partecipate, i giganti dell’e-commerce, i dirigenti pubblici, i consiglieri regionali, i parlamentari nazionali ed europei. Lo si può fare con una tassa di scopo sui grandi capitali. Lo si può fare ricongiungendo le risorse dei fondi strutturali europei non ancora spesi, non andati a buon fine, fermi nei ministeri e nelle regioni. Nel sistema nazionale di monitoraggio, rispetto ai pagamenti fatti ai beneficiari risultano disponibili 37 miliardi, mentre rispetto agli impegni presi ne risultano 22. E anche con le stime più prudenziali ci sono almeno 10-12  miliardi da andare a recuperare.
 
Dunque, l’Italia si salva se sarà in grado di dare risposte concrete a chi ha perso tutto. Si salva se continuerà nell’opera di trasformazione e rinascita dell’Europa che deve tornare ad essere vicina e utile alle condizioni materiali di vita delle persone. E se continuerà a credere che quello che dobbiamo combattere è il virus e non la democrazia.
 
Su questi temi faremo la nostra parte, lealmente ma senza sconti.
 
Gessica Allegni assessore comunale Bertinoro,
Federico Amico, Consigliere Regionale Emilia-Romagna
Silvia Benedetti Portavoce alla Camera,
Marta Bonafoni, Consigliera Regionale Lazio
Andrea Cecconi, Deputato
Amedeo Ciaccheri, Presidente VIII Municipio, Roma
Peppe De Cristofaro, Sottosegretario Ministero Istruzione
Loredana De Petris, Senatrice
Luigi Di Marzio, Senatore
Elena Fattori, Senatrice
Lorenzo Fioramonti, Deputato Ex Ministro
Flora Frate, Deputata
Nicola Fratoianni, Deputato
Veronica Giannone, Deputata
Marco Grimaldi, Consigliere Regionale Piemonte
Francesco Laforgia, Senatore

Oltre l’emergenza

 

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Oltre l’emergenza: un mondo nuovo, una nuova Europa
Domenica 5 aprile ore 18 

con DONALD SASSON (Prof. emerito di Storia Europea alla Queen Mary University of London), ÉTIENNE BALIBAR (Prof. emerito di filosofia politica e morale presso l’Università di Paris-X),  MARCELLO MUSTO (Prof. associato di sociologia teorica presso la York University di Toronto),  HEINZ BIERBAUM (Presidente Partito della Sinistra Europea)

Coordinano: LUCIANA CASTELLINA e ELISABETTA PICCOLOTTI

Usa questo link per prenotare e poi segui le indicazioni contenute nella mail di conferma per collegarti all’orario indicato:

https://attendee.gotowebinar.com/register/3486331875324873483

Gli imprenditori vedono nero. Pressing per ripartire in fretta

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di Andrea Colombo il Manifesto 1.4.2020

La folle corsa. L’ufficio studi di viale dell’Astronomia prevede il crollo del Pil e detta il calendario delle riaperture sperando in un segnale

Nel giorno delle bandiere a mezz’asta per la strage che continua nel nord, impermeabile ai pur reali segnali positivi, tanto da aver superato ieri di nuovo il confine delle 800 vittime, anche Confindustria ammaina i suoi pennoni. In segno di lutto preventivo per le sorti dell’economia se le fabbriche, chiuse in ritardo una settimana fa, non riapriranno presto.

L’analisi dell’Ufficio studi di viale dell’Astronomia è un macigno. Prevede una caduta del Pil di 10 punti nella prima metà dell’anno, con recupero parziale, se a fine maggio la fase acuta dell’emergenza sarà finita, sino a perdere nel complesso solo 6 punti a fine anno e con rilancio sino a 3,5 punti percentuali in più l’anno prossimo.

È una visione non del tutto pessimista ma solo a patto che la produzione riprenda al 40% all’inizio di aprile, al 70% a inizio maggio, al 90% all’inizio del mese successivo per tornare al 100% a fine giugno. Poi arriva il monito: dall’inizio di maggio ogni settimana di blocco della produzione in più «potrebbe costare almeno lo 0,75 del Pil in più». Sull’occupazione, Confindustria stima un impatto negativo limitato, dalla disoccupazione al 9,8% di gennaio all’11,2%, e un aumento del debito pubblico di cinque punti, che porteranno il debito a 147 miliardi.

IL MESSAGGIO NON POTREBBE essere più esplicito: se il governo vuole limitare il danno deve riaprire le aziende. Non che Confindustria si aspetti l’impossibile, cioè la riapertura dopo il 3 aprile, ma incalza e spera intanto in un segnale già col prossimo dpcm: l’esenzione dalla sospensione delle attività di alcuni settori, in particolare quello dei ricambi industriali per il quale può essere addotta l’essenzialità non in sé ma nella filiera dei settori essenziali, e forse dei macchinari agricoli.

È probabile che Conte, pur avendo delegato ogni scelta al Comitato tecnico-scientifico che ieri ha affrontato ufficialmente la questione per la prima volta, quel segnale lo invii. Ma per il resto, la realtà è che non c’è nessuna certezza.

IL COMITATO LAVORA su diversi scenari. Ipotizza la «ripartenza» graduale a partire dalle industrie per poi passare, con molti vincoli, ai negozi e solo più tardi a bar e ristoranti, in questo caso con condizioni di fatto quasi proibitive, se saranno fatte rispettare, mentre la riapertura delle scuole è quasi fuori discussione prima dell’autunno.

Ma non è esclusa una ripresa per aree del Paese, partendo da quelle meno colpite, e neppure uno scenario basato sulle fasce a rischio, di fatto sull’età. Conte però ha sempre puntato i piedi per evitare differenziazioni geografiche e lo scaglionamento per fasce d’età è reso difficile da diversi fattori oggettivi. Alla fine, pur se non certo, è probabile che si proceda per settori, partendo dalle industrie.

Ma nessuno sa davvero quando la ripartenza, comunque articolata, inizierà. Dipende prima di tutto dalla situazione del contagio, che rallenta effettivamente la sua crescita ma lentamente e di certo molto più lentamente di quanto fosse auspicato. Ma dipenderà anche dagli strumenti tecnici di contrasto al virus che saranno a disposizione nelle prossime settimane: le mascherine, la cui produzione è ancora largamente ostacolata da questioni burocratiche, in particolare l’obbligo di certificazione che è comprensibile per la difesa ma non per limitare il droplet, cioè la fonte di contagio; i tamponi, che segnano ancora il passo per la carenza di reagenti; la possibilità di tracciare le frequentazioni dei nuovi positivi tramite smartphone, con la app che ancora non è stata messa a punto; l’esame sierologico che permetterebbe di individuare non i positivi ma gli immunizzati.

RENZI, ORMAI lanciatissimo nella parte di sponda politica di Confindustria e paladino della riapertura, oltre a chiedere la ripresa delle attività produttive in aprile e della scuola a maggio, oltre a bocciare il reddito di emergenza perché sarebbe «assistenzialismo», insiste proprio per far circolare gli immuni. È una proposta furba, fatta apposta per accreditarsi il merito di quel che il governo farà non appena sarà possibile e al momento non lo è, non essendo ancora possibile l’analisi sierologica.

Come evolverà il contagio e quando saranno pienamente a disposizione i mezzi necessari per contrastare il virus nessuno lo sa. Dunque, come Protezione civile e Sanità in privato ammettono, nessuno sa se la ripartenza inizierà il 19 aprile, il 4 maggio o più tardi. La sola certezza è che la quarantena durerà almeno un altro mese. Se basterà è ignoto a tutti.