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Articolo Uno Lombardia: Baffi lasci presidenza commissione d’inchiesta

26 Maggio 2020 Lombardia

Apprendiamo che oggi la Commissione Regionale d’Inchiesta sull’emergenza Covid-19, che avrebbe dovuto insediarsi eleggendo come primo atto Presidente e vice, si è già incagliata.

La richiesta di attivazione era stata formalizzata dalle minoranze più di un mese fa. Il suo insediamento è stato rinviato una prima volta per il boicottaggio della maggioranza, che ha impedito di eleggere il Presidente proposto unitariamente dai maggiori gruppi di minoranza.

Lo Statuto regionale, per ovvie ragioni di equilibrio e di indipendenza dalla Giunta, assegna ad un membro delle minoranze la prerogativa di presiedere tale commissione. E’ implicito e prassi consolidata che tale scelta debba essere assecondata dalla maggioranza, votando il nome proposto dalle minoranze. Nella prima riunione del 13 maggio la maggioranza ha votato scheda bianca, impedendo di fatti l’elezione del presidente e quindi l’avvio della Commissione. Oggi la maggioranza Lega, Fi e FdI è andata oltre, ha votato Patrizia Baffi, unica Consigliere di Italia Viva, che si era auto candidata.

Pd e M5S giustamente hanno deciso di denunciare questo strappo istituzionale annunciando le dimissioni immediate dei loro membri dalla Commissione, sancendo quindi il naufragio della Commissione prima ancora del suo avvio.

Il centrodestra ha scelto di condizionare l’avvio della Commissione eleggendo una Presidenza che evidentemente si ritiene più indulgente nei confronti della Giunta, a partire da Attilio Fontana e Giulio Gallera, nei confronti dei dirigenti, che con tutta evidenza in questa emergenza hanno inanellato una serie di errori difficilmente occultabili.

La chiusura a riccio della maggioranza, lo forzatura istituzionale sono segno di arroganza e al tempo stesso di debolezza. Male non fare paura non avere, recita il detto. Evidentemente la consapevolezza di aver fatto male è la bussola che ha guidato la scelta compiuta. Ci aspettiamo dalla Presidente Patrizia Baffi, eletta con i soli voti della maggioranza, un sussulto di dignità e le conseguenti dimissioni.

Segreteria regionale di Articolo UNO lombardia

Istruitevi perchè…(a.gramsci)

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Questo striscione del Comitato Scuola pubblica di Paderno Dugnano, come altri identici davanti ad 80 scuole milanesi, campeggerà sulle scuole della Città di Milano , e  fuori dall’Ufficio scolastico regionale  e provinciale, per sostenere una campagna nazionale che chiede un ritorno in classe degli studenti a settembre. Comitati  che sono, tra l’altro,  critici sulla didattica a distanza che molti hanno enfatizzato ma che ha anche acuito le diseguaglianze educative.

Importanti, anche se tardive, le notizie che lunedì sera il Comitato Tecnico Scientifico annuncerà l’apertura ai bimbi da 0 a 3 anni. E importante anche l’idea di regalare ai ragazzi almeno “l’ultimo giorno di scuola”. Piuttosto che niente.!

“Prima la scuola pubblica”

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La FLC, sindacato dei lavoratori della conoscenza aderente alla CGIL, ha rilanciato l’articolo di C. Augias, dalla Repubblica di oggi, a proposito del primato della Scuola Pubblica. Un ragionamento semplice, pacato, chiaro. Eccolo:

Prima la scuola pubblica

“Solo pochi giorni fa abbiamo pianto la perdita del professor Franco Cordero, carattere aspro, vasta sapienza, grande mente illuminata. Caratteristiche che determinarono, negli anni Sessanta, il suo allontanamento dall’università Cattolica di Milano: le sue idee non si conciliavano con i dogmi della Chiesa. Non è il solo caso.

Anche il filosofo Emanuele Severino – scomparso nel gennaio scorso – venne cacciato pochi anni dopo Cordero, processato dall’ex Sant’Uffizio che sentenziò l’insanabile opposizione tra il suo pensiero e il cristianesimo. Stessa sorte ha avuto Luigi Lombardi Vallauri, filosofo del diritto con cattedra a Firenze e all’Università del Sacro Cuore.

Nel 1996, dopo vent’anni d’insegnamento venne espulso dall’ateneo cattolico. Il ricorso al Consiglio di Stato venne rigettato con la motivazione che i giudici non potevano sindacare, a norma di Concordato, la decisione della Chiesa. La lesione del suo diritto venne invece riconosciuta dalla Corte europea dei diritti dell’uomo che condannò l’Italia per aver violato la libertà d’espressione di un insegnante e il suo diritto a un giusto processo.

Richiamo i precedenti perché s’è di nuovo affacciata la vecchia questione delle scuole paritarie che, dopo il flagello del Covid 19, chiedono l’aiuto finanziario dello Stato. Più precisamente chiedono detrazioni fiscali per pagare le costose rette delle scuole paritarie (in maggioranza cattoliche) mentre le scuole pubbliche sono giustamente semi-gratuite.

Parliamo di scuole medie, sia chiaro, non di università. I precedenti citati calzano però ugualmente per una ragione stabilita in Costituzione all’articolo 33 che detta: «L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento». Un professore di storia in un liceo che, in buona e informata coscienza, insegnasse che Gesù aveva quattro fratelli e alcune sorelle, come scritto nei vangeli, rischierebbe il licenziamento perché il dogma vuole Gesù figlio unigenito.

Ecco un ostacolo a considerare le scuole paritarie in linea con il dettato costituzionale che disegna la laicità della Repubblica. La richiesta di un finanziamento pubblico permanente si scontra però anche con un altro comma del medesimo articolo: «Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato». La legge, nel fissare diritti ed obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, garantisce piena libertà ed un trattamento definito “equipollente” per gli alunni.

Equipollente significa: “Di egual valore ed efficacia” (Devoto-Oli), altro non c’è.

Nei fatti la norma “senza oneri per lo Stato” non ha quasi mai trovato completa attuazione.

In un modo o in un altro vari governi sono intervenuti ad esempio per aiutare scuole paritarie in difficoltà o per finanziare la creazione di istituti privati dove mancava una scuola pubblica. È in base a questi precedenti si torna ora ad avanzare la richiesta di un finanziamento statale. Una valutazione equilibrata deve riconoscere che, nella pioggia di aiuti del “decretone” a partite Iva, avvocati, artigiani e varie altre categorie, possano rientrare anche le scuole paritarie. Il provvedimento ha stanziato per la scuola la somma complessiva di 1,5 miliardi (a fronte dei 3 gettati nella fornace Alitalia) la maggior parte legittimamente destinata alle scuole di Stato. Gli istituti paritari, se organizzati seriamente, possono svolgere un’azione benemerita ma l’aiuto dello Stato non può che avere carattere temporaneo. Il che è molto diverso dal tentativo di cogliere la drammatica situazione sanitaria per strappare un riconoscimento permanente. Le norme della Costituzione, soprattutto quando riguardano principi di fondo, possono essere interpretate in maniera benevolmente estensiva ma in nessun caso possono essere ignorate.”

 

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DEMOCRATIZING WORK.TRE PROPOSTE PER IL LAVORO

 Questo appello, Democratizing Work, esce oggi (16 maggio) in simultanea in 25 lingue su 39 testate internazionali, tra cui El Comercio, Boston GlobeGuardian, Gazeta Wyborcza, La Folha de São Paulo, The Wire, Cumhuriyet, Le SoirLe Monde, Die Zeit, Publico, El Diario, Le Temps. In Italia gli autori hanno scelto il manifesto. 

 

L’appello è stato firmato da oltre 3.000 accademici e ricercatori di più di 650 università del mondo. Tra questi, Elisabeth Anderson, Thomas Piketty, Dani Rodrik, Jan Werner Mueller, Chantal Mouffe, Claus Offe, Julie Battilana, Joshua Cohen, Nancy Fraser, James K. Galbraith, Axel Honneth, Jan-Werner Müller, Benjamin Sachs, Debra Satz, Nadia Urbinati, Sarah Song, Lea Ypi, Isabelle Ferreras, Dominique Méda, Saskia Sassen, Lawrence Lessig.

“Chi lavora è molto di più che una semplice risorsa. Questa è una delle lezioni principali che dobbiamo imparare dalla crisi in corso.

Curare i malati; fare consegne di cibo, medicine e altri beni essenziali; smaltire i rifiuti; riempire gli scaffali e far funzionare le casse dei supermercati: le persone che hanno reso possibile continuare con la vita durante la pandemia di Covid-19 sono la prova vivente che il lavoro non può essere ridotto a una mera merce.

La salute delle persone e la cura di chi è più vulnerabile non possono essere governati unicamente dalle leggi di mercato. Se affidiamo questi compiti esclusivamente al mercato, corriamo il rischio di esacerbare le diseguaglianze e di mettere a repentaglio le vite delle persone più svantaggiate.

Come evitare che succeda questo? Implicando chi lavora nelle decisioni relative alle loro vite e al loro futuro nel luogo di lavoro. Democratizzando le imprese. De-mercificando il lavoro. Garantendo a tutti un impiego utile.

Dinanzi al rischio spaventoso della pandemia e del collasso ambientale, optare per questi cambiamenti strategici ci permetterebbe non solo di assicurare la dignità di tutti i cittadini ma anche di riunire le forze collettive necessarie per poter preservare la vita sul nostro pianeta.

DEMOCRATIZZAZIONE.

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I numeri parlano (da soli)

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Il circolo di Paderno Dugnano di Legambiente risponde con un semplice ma chiaro post alle esternazioni del Sindaco Sala e dell’Assessore Granelli sulla esondazione del fiume Seveso. Sarebbe ora di smetterla di parlare di  vasche di laminazione senza tener conto dei numeri che sono impietosi ,a volte. Di seguito il loro comunicato:

 

” I NUMERI PARLANO”

 

L’assessore Granelli in un suo post su facebook fornisce alcuni dati riferiti al livello delle acque del Seveso alle ore 4 della scorsa notte:

– a valle del Canale scolmatore a Palazzolo= 0.82 metri

– in via Ornato a Milano  = 2,65 metri

– in via Valfurva a Milano  = 3,07 metri

I numeri parlano e ci dicono che: se Milano Niguarda si allaga e a Palazzolo il livello del Seveso è di 0.82 mt, con le paratie del Canale Scolmatore di Nord Ovest quasi chiuse ( forse bloccate per l’accumulo di rami e sterpaglie?), non è l’acqua del Seveso il problema di Milano; e il livello registrato in via Ornato dipende dalla bomba d’acqua che si è scaricata ieri sera sul Nord Milano, a valle del canale scolmatore e dalla sconsiderata impermeabilizzazione di questo territorio che versa tutte le acque negli scarichi fognari, soprattutto quelli provenienti da Bresso e da Cinisello, che si immettono nel torrente in via Ornato, a ridosso del suo intombinamento.

I numeri ci dicono anche, che le vasche di laminazione previste a monte del CSNO, comprese le vasche di Senago, non sarebbero servite ad evitare l’allagamento di Niguarda della notte scorsa, e, considerate le dimensioni ridotte, anche la vasca prevista al Parco Nord di Bresso non avrebbe avuto alcuna efficacia. È il sistema fognario del Nord Milano che va in crisi, e per questo occorre orientare gli investimenti per risolvere questa criticità cronica : tramite una molteplicità di opere di invarianza e di mitigazione idraulica, occorre ridurre l’impermeabilizzazione del territorio, occorre disinquinare le acque e completare il raddoppio del Canale Scolmatore da Senago al Ticino, occorre avere tanta cura del bene più prezioso per l’uomo: l’acqua.

Si intervenga decisamente in queste direzioni anziché massacrare ancora il territorio e distruggere 4 ettari di un preziosissimo bosco nel Parco Nord! È assurdo gridare alla mancata realizzazione delle vasche di laminazione. È soprattutto assurdo e inaccettabile da chi è chiamato a governare con intelligenza e lungimiranza il territorio in cui viviamo. “

Commissariare Regione Lombardia

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Ricevo dal Senatore Francesco La Forgia, del gruppo di Leu, la seguente comunicazione:

“Con un’interrogazione sottoscritta da me e dalla Senatrice De Petris, abbiamo chiesto al Presidente Conte la nomina di un commissario ad acta in Lombardia.
Troppi contagi, troppe vittime, troppe storture nella governance del sistema sanitario regionale mi hanno convinto a raccogliere l’appello lanciato dalla rete  
Milano 2030 nel chiedere un aiuto per la Lombardia. La giunta Fontana ha affrontato tutta la fase di emergenza con sciatteria e pressappochismo, facendo sì che in Lombardia morisse e si contagiasse più gente rispetto alle altre regioni. A causa della mancanza di un coordinamento fra rete ospedaliera e territorio, a farne le spese sono stati i malati, seguiti poco e male nelle loro abitazioni, e la sostituzione del pubblico con il privato ha depauperato i presidi sanitari locali, che non sono stati messi nelle condizioni di operare come sarebbe stato opportuno. Di questo, chi ha amministrato, dovrà renderne conto.

Di seguito la mia interrogazione:

Al Presidente del Consiglio dei Ministri – Premesso che:

Milano 2030 è una rete di associazioni, partiti e movimenti politici che ha lanciato sulla piattaforma change.org una petizione dal titolo “COMMISSARIARE LA SANITA’ LOMBARDA: VA FATTO ORA” con il seguente testo: “Milano 2030 denuncia le scelte della Giunta lombarda, causa del gravissimo impatto del Covid19 in Lombardia, e chiede la nomina di un commissario ad acta per la sanità regionale. La frammentazione dell’assistenza territoriale, la decisione di trasferire i malati di Covid19 nelle RSA, lo scarso coinvolgimento della sanità privata lasciata libera di scegliere se e come collaborare, le cifre, esigue ai limiti del ridicolo, del bilancio regionale destinate alla gestione dell’emergenza, fanno della Lombardia l’area del mondo con il più alto tasso di casi e di decessi, con un prezzo gravissimo per il personale sanitario, i medici di base e gli ospiti delle residenze assistite. Sono necessari provvedimenti immediati, che Milano 2030 propone in una lettera aperta scritta ai gruppi di opposizione del Consiglio Regionale per una unità di azione. In particolare, la protratta insipienza e inattività della Giunta regionale configura – secondo Milano 2030 – quel pericolo grave che giustifica la nomina senza indugio in Regione Lombardia di un commissario ad acta.

Il modello lombardo di sanità, con il progressivo smantellamento della sanità pubblica, padre degli errori commessi, è stato consentito tra le altre cose dalla regionalizzazione della sanità, causa principale delle difficoltà di coordinamento che hanno ostacolato la tempestiva gestione dell’emergenza. Milano 2030 chiede che questa crisi sia l’occasione anche per l’abbandono di qualunque proposta di regionalismo differenziato e auspica il ritorno ad una sanità uguale per tutti i cittadini, fondata su obiettivi di salute e non sul mercato e la concorrenza” ed ha raccolto oltre 77 mila adesioni;

In un dossier successivo, la rete Milano2030, ha segnalato come “Le conseguenze dell’impatto della pandemia sulla popolazione in Lombardia sono state devastanti. Dal 21 Febbraio, quando è stato individuato il primo paziente con Covid, fino al 1° Maggio, i casi ufficialmente diagnosticati in Lombardia sono stati 77.002, cioè il 36,8% del totale” nazionale, rispetto a una popolazione che è il 16,7% di quella italiana. I morti sono stati 14.189, con un tasso di mortalità cumulativo su 100.000 abitanti del 141,4. Le regioni limitrofe dell’Italia settentrionale hanno registrato tassi assai inferiori: Emilia-Romagna 81,4, Liguria 77,1, Piemonte 71,8, Veneto 30,6, Friuli Venezia Giulia 24,3. La letalità del Covid in Lombardia rispetto ai contagiati è stata il doppio della media nazionale e tre volte quella del Veneto. Il tasso standardizzato di mortalità per Covid rispetto alla popolazione italiana è di 2,45. L’ISTAT ha anche segnalato in Lombardia un rilevante eccesso di mortalità rilevata rispetto alla mortalità attesa, indipendentemente dalle cause, che fa pensare come la mortalità attribuita al Covid sia sottostimata”;

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