Da questa crisi l’occasione per non essere subalterni alla destra

26 Novembre 2020 , Pubblicato su Repubblica

di Roberto Speranza

C’è una lezione di fondo che viene da questi mesi di lotta alla pandemia: la nuova centralità dei beni pubblici fondamentali. Dentro la crisi è emerso come ci siano valori non negoziabili che hanno a che fare con l’essenza della vita delle persone. Credo che da qui dovrebbe provare a costruirsi un nuovo pensiero democratico.

In questo quadro confesso che faccio fatica ad appassionarmi ad una discussione sul futuro della sinistra italiana ed europea che dovesse stancamente rilanciare una riflessione tutta politicista sulle formule (riconquistare il centro) o riproporre orizzonti (la terza via) figli di un’era politica che non c’è più.

Ma davvero c’è chi pensa che per questa strada possiamo recuperare il consenso di milioni di persone che hanno deciso di non votare più le forze politiche progressiste?

Guardiamo in faccia la realtà. L’emergenza sanitaria ha accelerato la crisi di un modello di sviluppo già duramente messo in discussione dal lungo declino economico iniziato alla fine della prima decade del duemila.

È la crisi dell’egemonia del pensiero neoliberista. È la crisi del capitalismo così come si è affermato nel mondo della globalizzazione e dello strapotere della finanza.

I fatti e non un pregiudizio ideologico ci dicono che questo sistema, senza riforme coraggiose, non appare più in grado di assicurare uno sviluppo “stabile, sicuro e duraturo”; esso genera diseguaglianze inaccettabili che mettono in discussione la coesione sociale ed amplifica una pericolosa divaricazione tra lo sviluppo e la sostenibilità ambientale.

La sfida che è dinanzi ai democratici e ai socialisti è la qualità dell’alternativa che saremo in grado di mettere in campo. Non è un problema di geometrie, di tattica, di manovra politica, ma di idee, valori e visione.

La destra, nel mondo, ha elaborato una sua risposta fortemente identitaria. Essa è stata in grado di parlare alle paure, alla rabbia ed alla pancia di milioni di cittadini colpiti duramente dalla crisi economica e sociale che chiedevano semplicemente di essere difesi. Dagli Stati Uniti all’Europa è emersa una “nuova destra della protezione” capace di interpretare la rottura che si stava consumando, mentre noi, a sinistra, siamo apparsi troppo spesso distratti e incapaci di leggere quanto stava avvenendo.

Ai democratici e ai progressisti, serve, a mio avviso, innanzitutto una svolta culturale prima ancora che politica. Occorre definitivamente superare ogni residua forma di subalternità.

Non c’è alcuna “mano invisibile” che mitiga, dentro le dinamiche di mercato, gli egoismi personali e nazionali.

È indispensabile un diverso rapporto tra istituzioni pubbliche e mercato per coniugare sviluppo e giustizia sociale, ridurre le diseguaglianze, garantire i diritti, a partire da quelli del lavoro, superare forme di precariato inaccettabili.

Dentro questo disegno si colloca una nuova idea democratica dell’Europa. Non si battono gli egoismi nazionali senza un ruolo forte dell’Unione come finalmente inizia ad accadere dentro questa terribile tempesta.

Una nuova identità progressista va costruita attorno alla difesa dei beni pubblici fondamentali a partire proprio dalla sanità, dall’istruzione e dalla tutela dell’ambiente. È indispensabile un coraggioso cambio di paradigma.

La tutela della salute non è un costo, una merce, una generica spesa corrente, ma un investimento essenziale per il benessere dell’individuo ed il futuro delle nostre comunità.

Lo stesso vale per la formazione e la cultura: il motore più potente per far crescere il nostro Paese ed emancipare milioni di uomini e donne.

E ancora vale per l’ambiente. Dobbiamo fermare i cambiamenti climatici e fare i conti con la scarsità delle materie prime. Occorre affermare nuovi modelli di consumo come frontiera di un nuovo umanesimo che è ogni giorno più attuale.

Il cardinale Ravasi ha scritto, citando Victor Hugo: “Fate come gli alberi, cambiate le foglie ma conservate le radici. Quindi cambiate le vostre idee ma conservate i vostri principi”. Anche per il campo democratico questo è il momento giusto. Molto è cambiato in questi mesi. Non avrebbe alcun senso far finta di non vedere. L’epidemia ha stravolto le vite di tanti. Oggi più che mai serve aprire una nuova stagione.

25 NOVEMBRE GIORNATA INTERNAZIONALE CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE

F1Per riflettere, approfondire, sensibilizzare, educare sul tema della violenza di genere consigliamo alcuni libri che ci sembrano utili e che possono essere richiesti attraverso la Biblioteca Tilane.

F2La violenza di genere rappresenta, in tutto il mondo, un grave problema di salute pubblica. Spesso, quando ci si occupa della tematica, si guarda alla realtà degli adulti o alla sfera dell’infanzia, tralasciando una fase particolarmente delicata dello sviluppo: l’adolescenza. Ma cosa succede quando la violenza entra nella vita di un/a adolescente? Come riconoscerla e quali strumenti preventivi adottare? Il libro si rivolge ai professionisti/e che lavorano con ragazzi/e a scuola o in altri contesti educativi e fornisce agli operatori una solida base teorica sulle tipologie di violenza, le dinamiche che la caratterizzano e l’impatto di tali esperienze su salute, comportamenti e relazioni dei giovani. Dall’altra, offrire strumenti pratico-operativi utili per pensare e realizzare interventi di prevenzione con gli/le adolescenti, per accompagnarli/e in un percorso di educazione a rapporti paritari, rispettosi e mai violenti

F3Attraverso il racconto di ogni protagonista, i fatti, le emozioni, le botte, si svelano le cause scatenanti e le dinamiche di coppia. Episodi ripetuti di maltrattamenti alternati a “pentimenti” del partner. E la tragedia sempre in agguato. Tutto questo avviene nella “normalità” e nella convinzione che la violenza riguardi altri. Ma a un certo momento accade “qualcosa” per cui le donne capiscono che così non può continuare..

F4

Il tema della violenza di genere è di bruciante attualità e dolorosa realtà per troppe donne che, prima di essere vittime di violenza, sono vittime del silenzio, dell’invisibilità e della cultura dominante, fondata sulla negazione delle donne come soggetti, sul dominio dell’Altro e sul “consumo” dei corpi femminili e degli esseri umani in generale.

 

F5Fiabe in rosso è un progetto nato a quattro mani contro la violenza sulle donne e gli stereotipi di genere. Una raccolta di fiabe con protagoniste femminili in cui la trama evolve in maniera diversa da quella che abbiamo ascoltato tante volte. Non solo perché la continua rielaborazione definisce la vera struttura dei testi che attingono dalla tradizione orale, ma soprattutto per ricordare a ogni bambina e a ogni bambino che il finale della propria storia, il finale della propria vita, non deve essere scontato, non deve essere uno solo, non deve essere – soprattutto – già deciso da qualcun altro.

F6“Nella storia della nostra specie deumanizzare serve a pensare l’altro essere umano incompleto, animale, oggetto. Serve a compiere su di lui azioni inaccettabili in un contesto normale”. Chiara Volpato indaga gli atteggiamenti, i comportamenti e le pratiche sociali che, in maniera aperta e violenta, oppure sottile e subdola, escludono l’altro – l’oppositore, il nemico, il diverso – dalla specie umana.

 

SERVIZI PRESENTI SUL TERRITORIO:
* Sportello Antiviolenza White Matilda presso Tilane (Paderno Dugnano – Piazza Divina Commedia)

* Numero nazionale Antiviolenza e Stalking 24 ore su 24 – Telefono: 1522

* Centro Antiviolenza HARA tel.335.18.20.629 (Bollate – Via Piave 20)

CALABRIA: «Il sistema sanitario è un buco nero senza controlli e controllori»

Pubblichiamo l’articolo di Silvio Messinetti pubblicato su ‘Il Manifesto’ del 21/11/2020.

Santo Gioffrè racconta il «male oscuro dell’Azienda sanitaria provinciale». L’ex commissario a Reggio: «Nel corso degli anni l’Azienda è stata usata come un bancomat. Che nelle Aziende sanitarie calabresi più di qualcosa non funzionasse è ormai un dato acclarato. Quelle di Catanzaro e Reggio Calabria sono tuttora commissariate per infiltrazioni della ‘ndrangheta. Stesso destino per l’Asp di Cosenza per altri motivi. Santo Gioffrè, comunista, «leninista» ci tiene a precisare, ginecologo presso l’ospedale di Palmi, già assessore alla cultura della provincia di Reggio, affermato scrittore, nel marzo del 2015 venne nominato commissario straordinario dell’Asp reggina. Dalla tolda di comando scoprì il «sistema» delle doppie e triple fatture per ingrassare tanti a partire dalle multinazionali del farmaco. Venne rimosso dall’Autorità nazionale anticorruzione (Anac) cinque mesi dopo.

Dottor Gioffrè, partiamo da quei lunghi cinque mesi da commissario. Cosa ebbe modo di scoprire e perché venne disarcionato?

Ho scoperto il male oscuro dell’Asp. Nel corso degli anni l’Azienda è stata usata come un bancomat, chi era furbo faceva tutto quel che voleva e lo faceva legalmente, perché la mancanza di carte e opache strategie lo permettevano. Un debito enorme di 380 milioni, con una miriade di fatture pagate ma non contabilizzate e quindi sovente saldate due, persino tre volte. Le case di cura private e le aziende farmaceutiche ci marciavano. Ho provato in quei mesi a ricostruire i bilanci e mi trovai davanti al caos totale. Se consideri che da cinque anni la Calabria già subiva un piano di rientro lacrime e sangue la situazione era drammatica. Ben 18 ospedali periferici vennero chiusi, le assunzioni bloccate e i nosocomi aperti erano in sofferenza disarmante. L’effetto immediato fu una emigrazione sanitaria galoppante. I calabresi costretti a curarsi fuori trasferivano oltre 300 milioni in altre casse regionali. Poi iniziò una campagna denigratoria contro di me. Mi accusarono di tutto. Il punto debole era stata la mia candidatura alle comunali di Seminara, ciò rendeva la mia nomina inconferibile in base dalla legge Severino. La mia obiezione, avallata dai miei legali, era che la Severino fosse applicabile alla nomina di direttore generale e non a quella di commissario. Così dopo cinque mesi e dopo innumerevoli richieste di chiarimenti, non ero più commissario. Proprio nel momento in cui ero arrivato a capire il meccanismo con cui venivano illegalmente sottratti milioni all’Asp e la mancanza di carte tra il 2007 e 2011. E proprio quando mi stavo attrezzando a ricostruire i bilanci.

Nel 2010 iniziò anche il commissariamento della sanità regionale, con Scopelliti. Non crede che vada proprio superata la stagione commissariale?

D’accordo, ma prima vanno ripianati i bilanci, vanno ricostruite e contabilizzate le ruberie, individuati i responsabili. È una questione di giustizia sociale. Non è con la pietra tombale sul passato che si fa giustizia. Ma cercando i responsabili nella massoneria, nella’ ndrangheta, tra i colletti bianchi. L’azzeramento del debito sarebbe un’offesa ai tanti morti di malasanità di questo decennio.

Dall’inchiesta della Dda di Catanzaro che ha inguaiato Mimmo Tallini, emerge una truffa al Ssn: la vendita di contrabbando dei medicinali antitumorali per i malati oncologici da rivendere all’estero. Perché la sanità è stato sempre il ventre molle dell’economia e la vigna a cui abbeverarli?

Il motivo è semplice: il sistema sanitario è un buco nero senza controlli e controllori. I bilanci non vengono analizzati per cui chi conosce i trucchi del sistema e sa destreggiarsi nel verminaio si approvvigiona a piacimento. Se le entrate e le uscite non vengono registrate è chiaro che ognuno fa come vuole. È un sistema marcio che fa marcire un’intera regione.

 

Trump fuori dalla Casa Bianca

Ieri finalmente una buona notizia dagli Stati Uniti d’America: l’era di Trump è finita. E quella del trumpismo? Avremo tempo per analizzare cosa ha funzionato e cosa no nella politica dei progressisti americani. E cosa ne verrà come conseguenza e come insegnamento alla sinistra italiana.

Intanto gioiamo insieme al popolo democratico americano

Basta con il federalismo straccione..

Articolo del 5 Novembre 2020 di  Arturo Scotto (MDP)

Adesso basta col federalismo straccione. Speranza terrà duro, e fa bene

Conosco Roberto Speranza ed è una persona seria. Talmente seria che in otto mesi avrebbe potuto mettere le mani avanti e denunciare gli squilibri di un’architettura istituzionale non programmata per gestire emergenze epocali, giocare a rimpiattino con l’eredità di tagli lasciatagli dai governi dell’ultimo decennio, scaricare sulle inadempienze di tante regioni i disastri accumulati sulla sanità e sui servizi. Ha scelto invece un altro profilo: lavorare in silenzio, ricucire strappi, favorire un dialogo fecondo tra centro e periferia. Persino quando i default amministrativi, comunicativi e morali di regioni come la Lombardia erano evidenti a tutti, non soltanto ai magistrati.

Altrimenti accanto al lockdown sanitario sarebbe esploso un lockdown istituzionale che poteva portarci dritti a un declino della nostra Repubblica degno di Weimar. Speranza poteva decidere di calpestare – ne avrebbe avuto tutte le ragioni – il terreno della propaganda, assecondare le richieste di ampi strati della maggioranza di governo che chiedevano il commissariamento della sanità in Lombardia, aprire un fronte polemico con quei presidenti che la mattina urlavano al coprifuoco e la sera riaprivano le discoteche.

Non ha fatto nulla di tutto questo. Ha provato a difendere la trama unitaria del fragilissimo tessuto istituzionale italiano, perché quando hai migliaia di morti a terra perdersi appresso all’ansia di prestazione dei “centometristi” dell’ordinanza regionale rischia di diventare un esercizio patetico.

Oggi sembra che il vento stia girando. Chi ha costruito campagne elettorali martellanti sul concetto di autonomia differenziata, invoca la stretta autoritaria dello Stato perché non si può scaricare (sic) tutto sulle regioni. Salvo poi guardare i sondaggi – o ricevere una telefonata incazzata dal proprio segretario nazionale di partito, meglio ancora se No Mask – e tornare ad azzannare la preda più succosa e più esposta – il governo – piagnucolando “ex post” per non essere stato consultato.

Magari non sentendo nemmeno il dovere politico di spiegare come sia stato possibile riuscire a sbagliare tre gare d’appalto di seguito – dico tre gare di appalto – sul vaccino antinfluenzale nella propria regione. La Lombardia è l’iceberg del problema, ma la “sindacalizzazione” del regionalismo è diventata progressivamente una forma di governo dei conflitti e della complessità nel tempo della pandemia.

Insomma, per la prima volta i Presidenti di Regione sono diventati a tutti gli effetti Governatori. Un cambio surrettizio della Costituzione materiale del Paese, che è figlio certamente della crisi dei partiti e della patologica personalizzazione della politica, ma che può avere effetti non ancora calcolabili sulla tenuta unitaria del paese.

Le spinte secessioniste al tempo del Covid non sono soltanto pericolose, ma assumono caratteri addirittura eversivi. Producono in larghi strati dell’opinione pubblica una sfiducia nei confronti della terzietà e della imparzialità dell’autorità sanitaria che può sfociare in vere e proprie forme ribellistiche. Perché sulla salute le campane non possono essere troppe e già circolano in tv frotte di virologi “fai da te” che, anziché spiegare come si contrasta il Covid, diventano portatori – insani – di “psico-Covid”, moltiplicando incertezze, disorientamenti e paranoie negazioniste.

Soprattutto ora che la crisi sanitaria si somma con la crisi sociale producendo una miscela di tensioni, nessuno pensi di governare sostituendo alla forza della politica il pugno dell’ordine pubblico. Speranza fa bene a tenere il punto per questo motivo: dopo il nuovo Dpcm non si può più scherzare. I dati sono neutrali, i criteri sono scientifici, le scelte devono essere rapide ed automatiche: la campagna elettorale sulla pelle del Comitato Scientifico è soltanto un danno a un sistema che rischia schiantarsi sui particolarismi.

Verrà il tempo di una discussione seria sulla necessità di rivedere la riforma del 2001 sul Titolo V, di smascherare il federalismo straccione all’italiana che ha moltiplicato i centri di spesa e la corruzione, sulla ricentralizzazione di alcune funzioni che non possono essere più frammentate in mille rivoli, della ripubblicizzazione integrale di alcuni beni non negoziabili, tra cui la sanità.

Ci sarà da ricostruire lo Stato. Un’impresa titanica. Sarà pronto a farlo solo chi in questo tornante drammatico avrà messo le istituzioni davanti alle pagliacciate.”

Per la sinistra il mercato è sacro..

Intervista di Di Alberto Maggi (affaritaliani.it) del 4 novembre 2020.

“Per la sinistra il mercato è sacro. Ecco perché Biden non ha trionfato”

Mancato trionfo di Joe Biden negli Usa, il deputato di LeU Stefano Fassina spiega ad Affaritaliani.it i motivi della crisi della sinistra europea e mondiale

Comunque vada a finire, negli Stati Uniti non c’è stata l’onda a favore di Joe Biden. Donald Trump, ad esempio, ha vinto in Ohio, stato di operai, e in Florida grazie anche alle minoranze come i latinos. Come possiamo spiegare questo mezzo flop della sinistra americana?
“Purtroppo, la lezione del 2016 non è stata sufficiente a cambiare radicalmente rotta. Biden è espressione di un establishment progressista vissuto dalla classe media bianca come responsabile del suo impoverimento. Trump taglia le tasse ai ricchi, evade il fisco attraverso il paradiso fiscali, smonta quel poco di welfare sanitario costruito da Obama, ma si traveste abilmente da anti-establishment e con ‘America First’ risponde alle domande di protezione sociale e identitaria. Sono risposte spesso regressive e razziste, ma danno legittimità alle domande, ignorate invece dalla narrativa dei Democratici e dei media mainstream”.

Anche in Europa e in tutto il mondo la sinistra arranca, dove sta il problema?


“Il problema sta, innanzitutto, nell’incapacità di leggere la fase. La globalizzazione liberista ha distrutto la classe media. È insostenibile. Prima della vittoria di Tramp nel 2016, c’è stata la Brexit: non fu un incidente di percorso, tant’è che poi Johnson ha rivinto. Siamo nel ‘momento Polanyi’, la politica deve riprendersi il primato sull’economia, ma per le varie articolazioni della sinistra storica il mercato rimane sacro e qualunque proposta di protezionismo solidale viene scomunicata come sovranismo”.

E’ vero che la sinistra Usa ed europea, e quindi anche italiana, è sempre più di élite e meno di popolo?
“È di élite anche Trump, un miliardario. Johnson viene da Eaton. Ma sono abili a camuffarsi e portare avanti gli interessi della loro classe sociale: Trump non ha torto un capello a Wall Street e così pure Johnson alla City. Purtroppo, è un dato che le sinistre, da quelle più radicali a quelle più moderate, sono prevalentemente, non esclusivamente, il riferimento delle fasce Ztl”.

Quale ricetta per riconquistare il popolo, sia in Europa sia in America?
“Abbandonare il suprematismo morale e intellettuale. Riconoscere, non eludere, le domande di protezione sociale e identitaria. Vuol dire, ad esempio, mettere limiti sociali alle 4 sacre libertà del mercato europeo e globale: quindi, regolare i movimenti di capitale, di servizi, di merci e persone. Vuol dire no al Ceta, vuol dire bloccare il dumping sociale e fiscale determinato dal mercato unico europeo anche attraverso cooperazioni rafforzate per introdurre misure protettive. Vuol dire togliere i monopoli naturali come le autostrade dalle mani dei privati. Vuol dire soccorrere pienamente le Partite Iva in difficoltà nel momento stesso che introduci, per fermare il Covid, necessarie misure restrittive alle attività economiche”.

D’Alema: il Pd è nato male, la sinistra senza ideologia non ha futuro

31 Ottobre 2020 Intervista a Il Riformista

di Umberto De Giovannangeli

Presidente della Fondazione Italianieuropei, già presidente del Consiglio, ministro degli Esteri e molto altro ancora nella sua lunga vita politica, Massimo D’Alema ha rilasciato al nostro giornale molto più di un’intervista. La sua è una riflessione sul mondo all’epoca della pandemia e le ragioni che hanno reso l’Occidente l’epicentro della crisi, ma anche sugli errori e il futuro della sinistra, le cause del fallimento del Partito democratico e la necessità di ricostruire un partito “iniziando da una discussione seria sull’identità di una forza della sinistra democratica oggi”.

Paura, rabbia, un’incertezza sul futuro che si fa sempre più angosciante. Sono questi i sentimenti che prevalgono dentro una crisi pandemica che non vede fine. Le chiedo: una sinistra che ha assunto responsabilità di governo, può accettare che salute e libertà siano in antitesi e ridurre l’esplosione del malessere sociale a un problema di ordine pubblico?

In questo momento la difesa della vita umana è la priorità, sopra ogni altra cosa, anche se questo comporta una dolorosa accettazione di una serie di limitazioni. D’altro canto, la maggioranza dei cittadini è favorevole a questo. Siamo in un regime democratico, e io ho letto che il 36% della popolazione è critica delle misure del Governo perché le considera troppo blande, e solo il 25% le ritiene troppo severe. Siamo in una situazione in cui le persone hanno paura e quando le persone hanno paura le istituzioni devono offrire sicurezza. Determinate rinunce appaiono inevitabili, naturalmente purché siano limitate nel tempo, si eserciti un controllo da parte del Parlamento e dell’opinione pubblica attraverso i mezzi d’informazione. La democrazia deve continuare a funzionare. Il problema vero è che questa esperienza deve essere l’occasione di un cambiamento. Le crisi, è una frase che viene ripetuta spesso, devono essere colte come occasione di cambiamento. Ne abbiamo vissute due grandissime del modello della globalizzazione senza regole: una è stata quella finanziaria del 2008 e poi questa. In realtà, alla crisi del 2008 che doveva imporre un cambiamento, la risposta non è stata adeguatamente coraggiosa. C’è stata una capacità di resistenza, una pervicacia del modello neoliberista che è riuscito a spingersi oltre la propria manifesta insostenibilità. Oggi questo appare per molti aspetti ancora più evidente, nel senso che una società di individui, in cui vengono meno tutte le reti di solidarietà, di coesione, è una società più fragile. Ci dobbiamo domandare perché l’Occidente è diventato l’epicentro di questa crisi, mentre una parte dell’Asia ha retto meglio, e non solo perché sono regimi autoritari, ma perché sono società più coese, nelle quali il legame tra le persone è più forte. Il modello individualistico che ha prevalso nelle società occidentali le ha rese più fragili. La nuova crescita che dovrà interessare il mondo sarà una crescita in cui alcuni fattori, a partire dalla salute, avranno un peso enorme, saranno il volano della crescita, nel senso che la ricerca e l’industria dovranno orientarsi a dare risposte a bisogni umani collettivi. Il modello capitalistico imperante negli ultimi trent’anni ha considerato la sanità pubblica come una spesa che ci si poteva permettere in una misura sempre più limitata. Una spesa che in qualche modo era un peso rispetto alle politiche di sviluppo. Oggi, invece, appare evidente che questa è una pre-condizione della crescita economica. Tornano di stringente attualità valori, idee che sono appartenuti al periodo d’oro della sinistra europea, quello del welfare, dello Stato sociale. Io non penso che si possa tornare agli anni ’50-60 del secolo scorso, tuttavia si aprono due questioni: come si riorganizza una presenza pubblica nell’economia e in che modo i grandi beni comuni tornano a essere considerati non spese ma fattori trainanti dell’economia. In secondo luogo la pandemia ha fatto compiere un salto di qualità alla sensibilità diffusa per le esigenze della sostenibilità ambientale.

Perché?

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