Erdoğan e la violenza sulle donne

Erdoğan ritira la Turchia dalla Convenzione sulla violenza alle donne. L’ennesimo tassello di una strategia politica che da anni attacca le donne

Già dallo scorso anno  le donne curde manifestavano la loro protesta contro il regime turco attraverso la campagna “Le 100 ragioni delle donne per processare Erdogan”, per portare il regime turco di fronte alla Corte dell’Aja per le sue politiche femminicide, i  crimini di guerra, gli attacchi contro la cultura e l’identità di un popolo.

Negli ultimi dieci anni nella sola Turchia sono state uccise più di 2.600 donne, sotto il governo Akp le violenze sono aumentate del 1.400%.

Da un’intervista a Melike Yasar, portavoce del  comitato per le relazioni internazionali del Movimento delle donne curde in Europa:

“…Con l’aumento della natura aggressiva delle politiche interne ed estere del governo Erdogan sono aumentate anche le politiche femminicide, con cui l’Akp porta avanti anche una politica “societacida”. Il fascismo, sistema più di altri è dominato dal maschio, può perpetuarsi solo attraverso la posizione colonizzata delle donne. La Turchia è il paese con il più alto numero di prigioniere politiche e sotto il governo Akp le violenze sono aumentate del 1.400%. Questa esplosione non è disconnessa dalle politiche di Stato. Nelle regioni occupate dallo Stato turco, le donne sono rapite, stuprate, vendute e massacrate. È un assalto al potere e all’azione delle donne, rese oggetto e spinte verso ruoli di genere conservatori, costantemente soffocate dallo Stato e dalla società patriarcale.  Come ovunque nel mondo, le donne sono una forza importante della resistenza in Turchia. Il Tjk-E (Movimento delle donne curde) è in prima linea nella presa di coscienza delle donne. Con il femminicidio lo Stato prova ad eliminare l’opposizione e quindi ogni prospettiva di cambiamento, prendendo in ostaggio una società”

In questo contesto si inserisce la vergognosa azione della Turchia di uscire dalla convenzione di Istanbul che introduce strumenti importanti e vincolanti, per gli stati che vi hanno aderito, per combattere la violenza sulle donne, prevenire gli abusi e perseguire penalmente i responsabili. Il governo turco di Ankara sostiene di non aver bisogno della convenzione perché il loro sistema giudiziario nazionale tutela le donne, ma i dati dicono il contrario: 300  femminicidi in più nel 2020. Quest’anno in Turchia già 74 donne sono state uccise per mano di uomini.

La violenza contro le donne è un problema che coinvolge tutti, l’uscita dalla Convenzione è un segno dell’allontanamento della Turchia dall’Europa ed è importante che l’Unione europea prenda una posizione ferma e decisa. E’ importante dimostrare alle migliaia di donne turche che sono scese in piazza a manifestare la loro rabbia per chiedendo di ritirare subito la decisione,  che noi ci siamo, che la loro battaglia è anche la nostra e per questo, come Sinistra per Paderno Dugnano, aderiamo alle iniziative di mobilitazione a sostegno delle donne turche, in particolare Invitiamo tutti a sottoscrivere  la petizione” La Turchia non si ritiri dalla Convenzione di Istanbul per la protezione delle donne “.

Potete firmare la petizione al seguente link:

http://chng.it/HCPYjqFxtc?fbclid=IwAR14pJfaz_O72YT1PlAPGdfnr2B1duDQOl3UYEl6TTZ83WLsENm_w50e58s

Con la campagna “100 ragioni per perseguire il dittatore”, vogliamo sia attirare l’attenzione sui femminicidi che accadono nella nostra società, sia puntare il dito contro i responsabili. Non vogliamo solo rendere noti i crimini di guerra, le politiche femminicide e gli attacchi contro la cultura e l’identità di un popolo.

Erdogan commette un nuovo crimine ogni giorno, crediamo che sia il momento di punirlo.

Un mosaico di volti che parte dalla fondatrice del Pkk Sabine Cansiz e le attiviste Fidan Dogan e Leyla Soylemez, uccise nel 2013 a Parigi; passa per Kader Ortakaya, uccisa dall’esercito nel 2014 a Suruc durante una marcia per Kobane, e per Amina Waissi, colpita a morte da un drone lo scorso giugno nel Rojava; fino alle donne che hanno perso la vita nell’assedio di Cizre, nascoste senza cibo e acqua nelle cantine delle loro case, e a quelle massacrate dagli attacchi aerei sul campo profughi di Makhmour.

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