A Calderara sventola la bandiera nazista

Rilanciamo l’articolo di Pier Mastantuono del Cittadino di Monza del 10 aprile che segnala questo spiacevole episodio. Nell’avvicinarsi del 25 aprile il messaggio di ostilità alla Resistenza è evidente. I Carabinieri di Paderno Dugnano l’avranno vista la bandiera nazista che sventola a Calderara? E il reato di apologia esiste ancora?

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La bandiera nazista su un balcone a Paderno, i residenti: «Da almeno due settimane, nessuno fa niente?»

Nel quartiere di Calderara di Paderno Dugnano la bandiera della Germania nazista ha preso il posto degli striscioni arcobaleno. I residenti: «Nessuno fa niente?».

Nel quartiere di Calderara di Paderno Dugnano la bandiera della Germania nazista ha preso il posto degli striscioni arcobaleno con la scritta “Andrà tutto Bene”. E la comparsa dello stendardo con la croce di ferro, che configura apologia a tutti gli effetti, non è passata inosservata: tanti passanti di questo angolo di Paderno Dugnano, alla periferia sud della città, hanno notato la presenza e si sono meravigliati che le forze dell’ordine e il Comune non siano ancora intervenuti.

In una zona della città, tra l’altro, che ha diversi monumenti dedicati alle vittime delle persecuzioni e della lotta anti fascista.

«Sono almeno due settimane che la bandiera garrisce da un balcone di via Paisiello – riporta C.P. giovanissimo impiegato calderarese – Non credo di averlo notato solo io e i miei vicini di casa. Ma possibile che nessuno abbia ancora fatto una segnalazione a chi di dovere?».

Si attende ora che qualcuno intervenga, ai sensi della legge 645 del 1952, la cosiddetta legge Scelba che disciplina la fattispecie dell’apologia di fascismo con riferimento anche a manifestazioni esteriori e simboli.”

FONTANA VATTENE

Comunicato stampa di Sinistra per Paderno Dugnano di adesione alla Pentolada di protesta contro Fontana. Ecco di seguito:

PENTOLADA DI PROTESTA! SUONIAMO LA REGIONE LOMBARDIA

Dalle 11 alle 12 Palazzo Lombardia

Mobilitazione organizzata da Liberiamo la Lombardia, Arci Milano e i Sentinelli di Milano e Medicina Solidale

Sono ormai passati 13 mesi da quando la tragedia del covid ha sconvolto le nostre vite.

Sono tredici mesi che la gestione sanitaria di Regione Lombardia mostra limiti inaccettabili di insipienza, capace di accumulare errori su errori, ritardi su ritardi.

La serie di negligenze da marzo 2020 sono infinite, dall’incapacità di tracciamento all’inizio della pandemia, alla drammatica gestione delle RSA fino al piano vaccinale nei fatti mai messo in pratica.

E in mezzo anche episodi poco chiari sulla gestione di certi appalti. Il risultato sono i 31.000 morti.

Per tutto questo e timorosi dei disastri che questa amministrazione è ancora in grado di fare, facciamoci sentire.Facciamolo nel modo più rumoroso possibile.

Perché Fontana deve andarsene.Perché è andato tutto male.

La protesta di Milano è anche la nostra:  Sinistra per Paderno Dugnano condivide i contenuti della mobilitazione, si associa alla denuncia dei disservizi e dei disagi  causati dal pessimo governo di Regione  Lombardia che fin dall’inizio della pandemia ha dimostrato approssimazione, cattiva organizzazione e incapacità a tutelare la salute pubblica, attraverso lo smantellamento della medicina di base per privilegiare un rapporto poco trasparente di finanziamento a favore dei privati e rendendo di fatto il ruolo delle Asst più funzionale al carrierismo politico che alla difesa della salute nei territori a vantaggio di tutti i cittadini.

Per queste ragioni ci uniamo alla mobilitazione di sabato mattina!

FACCIAMO SENTIRE ALTA LA NOSTRA PROTESTA, BATTIAMO LA PENTOLA!

«Il tempo nuovo del sindacato». Dialogo tra Luciana Castellina e Maurizio Landini

Misurarsi con la grande questione ambientale comporta la definizione di un piano complessivo a partire dalla centralità dell’occupazione e di una sua trasformazione. Il «sindacato di strada» potrebbe essere uno degli strumenti importanti per rivitalizzare la mobilitazione. Perché oggi viviamo una condizione che non è più quella degli anni ‘60-

Castellina. In questo anno di pandemia abbiamo tutti imparato molte cose che non sapevamo. Adesso sappiamo che la Terra è molto malata, che la stessa umanità è a rischio di estinzione. E anche il capitalismo, che fino a ieri appariva trionfante, è ormai privo delle sue arroganti certezze. Dello scenario apocalittico che si intravede noi non siamo più premonitori, siamo noi stessi, ci piaccia o meno, protagonisti. Ne parliamo con il segretario generale della Cgil Maurizio Landini. Pensi che della particolarità del tempo che viviamo ci sia piena coscienza? Che il sindacato possa giocare in questo quadro un ruolo anche diverso da quello del passato ( o forse potremmo dire: recuperare in pieno il ruolo politico che ha giocato nella storia del nostro paese?).

Landini. La pandemia ha messo drammaticamente in evidenza l’insostenibilità dell’attuale modello di sviluppo che ha portato alla rottura degli equilibri con la natura. La diffusione del virus ha fatto emergere, in modo drammatico, contraddizioni peraltro presenti già da tempo e ha accelerato la crisi della democrazia già in atto. Il lavoro si è precarizzato e svalorizzato al punto che si è poveri anche lavorando. Il potere decisionale si è accentrato in mano di pochi. Contano di più grandi multinazionali che singoli Stati. Sono diventati sempre più lontani e impenetrabili i luoghi dove vengono assunte decisioni determinanti per tutti noi. Mi chiedi se di tutto ciò vi sia piena coscienza. Io sono certo di una cosa: di fronte alla portata della crisi che stiamo vivendo non si può tornare a fare, come pure qualcuno pensa, le stesse cose di prima. C’è bisogno di un cambiamento radicale: di pensare a un diverso modello di società. E anche il sindacato deve cambiare. È cresciuto in un mondo nel quale i termini crescita, sviluppo, progresso tecnologico, diffusione del benessere coincidevano. Oggi siamo di fronte a un quadro radicalmente nuovo: si è spezzato quel rapporto che sembrava scontato quanto lineare tra sviluppo e benessere. Inoltre la crescita deve misurarsi con un tema nuovo per il sindacato e non solo: il concetto di “limite”, che ci dice che le risorse naturali – aria, acqua, la terra stessa – non sono infinite.
Occorre prendere atto che il modello di crescita che si è affermato fino ad oggi mette in discussione la vita delle persone sul pianeta o quanto meno la sua qualità, innescando un nuovo meccanismo di selezione tra ricchi e poveri. E’ questo il terreno nuovo, difficile, su cui il sindacato deve operare. Il tema di “cosa produrre, come produrre, per chi produrre” diventa decisivo se non si vuole che a pagare il conto della crisi sia il mondo del lavoro.

Castellina. È specialmente nei tempi di transizione che il sindacato è stato coinvolto nel dibattito politico generale. Penso, innanzitutto, al Piano del Lavoro, proposto da Di Vittorio nel dopoguerra. Ma penso anche all’apice del “miracolo economico”, nei primi anni ’70, quando i metalmeccanici usarono la forza, accumulata anche dalla spinta sessantottina, per superare l’orizzonte puramente salariale delle rivendicazioni, per aggredire l’organizzazione stessa della produzione, intaccare il potere padronale in fabbrica e trascinare nel conflitto l’intera condizione umana del lavoratore – il suo abitare, la sua salute, la scuola. Fu quando i Consigli di fabbrica produssero anche i Consigli di zona che a loro volta spinsero la creazione di preziosi organismi: Medicina Democratica, Magistratura Democratica, finanche Polizia Democratica. La proposta che tu hai avanzato quando sei stato eletto segretario generale, di sperimentare, accanto a quelli tradizionali di categoria, anche un “sindacato di strada”, mi ha sollecitato a rivisitare quelle memorie. Tanto più interessanti oggi che nuovi movimenti, nati dalle nuove contraddizioni prodotte dal sistema, hanno fatto nascere sul territorio inedite e dinamiche figure sociali che hanno proprie specifiche forme di mobilitazione. Mettere in rete questi soggetti potrebbe arricchire il potere contrattuale di tutti, conferendo al sindacato una nuova preziosa centralità. L’urgenza di definire un progetto adeguato alla difficoltà che presenta la transizione ecologica non avrebbe forse bisogno, per esempio, di un nuovo Piano del lavoro, non affidato agli uffici studi, ma definito coinvolgendo ”la strada”?

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